fbpx C’era una volta un neurone a teatro | Scienza in rete
Covid-19/

C’era una volta un neurone a teatro

Tempo di lettura: 3 mins

“C’era una volta un neurone…Storia di un groviglio chiamato cervello” è il titolo di uno spettacolo teatrale sul sistema nervoso per i bambini delle elementari. Il protagonista di questo ardito esperimento di divulgazione scientifica è Federico Luzzati, un ricercatore dell’Istituto di neuroscienze NICO (Neuroscience Intitute Cavalieri Ottolenghi) di Torino.
Questo spettacolo si è svolto nel marzo scorso all’interno di GiovediScienza, una manifestazione che dal 1987 trasforma il Teatro Colosseo di Torino in un grande laboratorio scientifico.
Ma come è possibile riuscire a parlare di neuroscienze a un pubblico così giovane? Lo abbiamo chiesto a Federico Luzzati.

Come è nata l’idea di parlare di neuroscienze ai bambini delle scuole delle elementari?
L’idea la dobbiamo all’associazione Centroscienza, che organizza GiovedìScienza. Si trattava di coinvolgere 1500 bambini per almeno un’ora, parlando di temi generalmente considerati complessi.
Al principio la proposta mi è sembrata un po’ azzardata. Fino a quel momento avevo alle spalle diverse esperienze di laboratori  per bambini e teatro di strada scientifico, ma principalmente su argomenti di chimica e fisica.

E allora cosa l’ ha spinto ad accettare questa “proposta azzardata”?
E’ indubbio che la biologia racconti una storia fantastica e che ai bambini piacciano molto le storie, specialmente se li riguardano da vicino. Così, dopo essermi confrontato con i miei colleghi, è nata l’idea di una conferenza un po’ teatralizzata che tentasse di raccontare la biologia del cervello a partire dalla sua storia evolutiva. E ho deciso di rischiare.

Qual è stata la cosa che ti ha creato più difficoltà in quest’attività?
Immaginare come raccontarla è stato decisamente lo step più faticoso.

Ho guardato conferenze sul tema diffuse sul web, visitato siti dedicati ai bambini soprattutto anglosassoni e francesi. Alla fine ho capito che da ciascuno di essi avrei dovuto estrapolare solo ciò che faceva al caso mio - per contenuto o per modalità divulgativa - poiché nessuno raccontava la storia che intendevo raccontare io.

Spiegare i meccanismi del funzionamento del cervello alle elementari richiede un grande lavoro sul linguaggio. Perché tanta fatica? Potremmo aspettare che questi ragazzi crescano, studino il sistema nervoso , la sinapsi e i neurotrasmettitori alle scuole superiori e sarebbe più semplice comunicare con loro.
Ho tenuto conferenze per persone di ogni età e non ho mai avuto un pubblico più vivo ed interattivo dei bambini. Credo che la nota curiosità infantile sia ragione sufficiente a non dovergli negare a priori alcuni argomenti, solo perché a noi adulti sembra difficile renderli semplici. I bambini sono già assolutamente in grado di farsi un’idea dei modelli con cui ci spieghiamo come è fatto il mondo, dagli atomi, alle cellule o ai moti galattici. Man mano che cresceranno avranno modo di riprendere questi modelli, scoprirne i limiti e magari metterli in discussione. Sta a noi adulti, cercare di semplificare senza esagerare, ma con l’obiettivo di coinvolgerli.

Per chi fa ricerca, parlare della propria disciplina ad un pubblico non specialista richiede un lavoro di semplificazione notevole. E’ sempre necessario semplificare?
Semplificare fa bene, bisogna farlo sempre, anche quando si parla ad un pubblico di specialisti. Nel lavoro del ricercatore è facile perdersi nel piccolo dato di qualche molecola dal nome incomprensibile, perdendo di vista quale sia la sua vera importanza. Semplificando molto invece si ha l’occasione di guardare al problema da un’altra prospettiva e questo permette di scoprire dei significati nascosti e profondi di quello che si sta studiando.

DANIELA MORETTI

Aiuta Scienza in Rete a crescere. Il lavoro della redazione, soprattutto in questi momenti di emergenza, è enorme. Attualmente il giornale è interamente sostenuto dall'Editore Zadig, che non ricava alcun utile da questa attività, se non il piacere di fare giornalismo scientifico rigoroso, tempestivo e indipendente. Con il tuo contributo possiamo garantire un futuro a Scienza in Rete.

E' possibile inviare i contributi attraverso Paypal cliccando sul pulsante qui sopra. Questa forma di pagamento è garantita da Paypal.

Oppure attraverso bonifico bancario (IBAN: IT78X0311101614000000002939 intestato a Zadig srl - UBI SCPA - Agenzia di Milano, Piazzale Susa 2)

altri articoli

A che punto siamo con i vaccini? L’EMA lo racconta ai cittadini europei

La vaccinazione di comunità contro Covid-19 rischia di fallire a causa dell'esitazione a vaccinarsi, che coinvolge il mondo occidentale. L’indecisione riguardo a vaccini ancora in fase di sviluppo e con profili di sicurezza ed efficacia ancora del tutto sconosciuti e sui quali scarseggiano i dati necessari per prendere una decisione informata (ben diversa dall'opposizione ai vaccini) richiede che l'intero processo di sviluppo, di sperimentazione, di autorizzazione al commercio e di distribuzione sia reso trasparente. In questa direzione si muove l'EMA, che ha organizzato un incontro pubblico per l'11 dicembre volto a informare i cittadini circa i processi regolatori (sovranazionali e nazionali) per approvare i vaccini anti Covid-19 e il ruolo dell’Agenzia nella valutazione e nel monitoraggio della loro efficacia e sicurezza.

Crediti immagine: People photo created by 8photo - www.freepik.com

La speranza di mettere fine alla pandemia di Covid-19 è riposta nello sviluppo di un’adeguata immunità di comunità (cosiddetta “di gregge”) nei confronti di SARS-CoV-2 che interrompa il ciclo di contagio e malattia. Ma quale sia esattamente la soglia che la definisce non è ancora noto: estrapolando da altre malattie virali, si potrebbe dire che l’epidemia comincerà a essere sotto controllo quando una proporzione tra il 60 e l’80% di persone avrà acquisito anticorpi contro il virus, abbassando il tasso di trasmissibilità sotto l’11.