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Approvata la legge per il ripristino della natura europea, ma è una vittoria a metà

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Il 9 novembre il Consiglio Europeo ha approvato la Nature Restoration Law, la legge per il ripristino degli ecosistemi. Una vittoria auspicata che lascia l’amaro in bocca: il regolamento approvato esce da più di un anno di trattative che lo hanno fortemente indebolito nella sostanza. Il rischio è che gli obiettivi perdano così concretezza nell’attuazione.

Crediti foto Boris Smokrovic su Unsplash

Il 9 novembre il Consiglio Europeo, l’organismo che definisce le linee di indirizzo dell’UE, ha approvato la Nature Restoration Law, uno dei quattro pilastri portanti della strategia europea per la biodiversità 2030. Un ottimo risultato che lascia però un po' di amaro in bocca, se si considera che il regolamento approvato è stato molto indebolito rispetto all’originario. L’approvazione  è arrivata dopo un percorso molto travagliato. La prima bozza, presentata nel giugno 2022 ha ricevuto oltre duemila emendamenti, presentati dal partito popolare europeo (Ppe), sostenuto da altri partiti conservatori come Identità e democrazia (Id), Partito dei conservatori e dei riformisti europei (Ecr). Il 12 luglio scorso, dopo due votazioni in pareggio, l’Europarlamento ha finalmente approvato per un soffio la bozza di legge: 336 i voti favorevoli, contro 300 voti contrari e 13 astenuti. Il 9 novembre si è quindi giunti alla fine delle negoziazioni tra Paesi membri, con l’approvazione al Consiglio Europeo decantata come “rivoluzionaria vittoria” da alcuni europarlamentari, ma a guardare bene i risultati è una magra vittoria. Infatti, le negoziazioni hanno fortemente indebolito le indicazioni contenute nel disegno originario, al punto che la destra europea si reputa soddisfatta dei risultati ottenuti.

La Nature Restoration Law nasce con l’obiettivo di rendere obbligatorio il ripristino ambientale, partendo dalla amara constatazione dei fatti: l’81% degli habitat europei sono compromessi o degradati. Questo malgrado l’Europa abbia una strategia ambientale virtuosa: nel 1992, è stata infatti istituita la Rete Natura 2000 una rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell'Unione, che punta a proteggere gli habitat e specie di interesse comunitario e creare un corridoio ecologico che colleghi gli spazi naturali. Rete Natura 2000 è stata istituita e opera attraverso  la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. La rete si compone di un insieme di aree protette ai sensi delle due Direttive, che oggi sono 27.000. Non basta però lavorare sulle sole aree protette per proteggere la biodiversità e assicurare il funzionamento e la resilienza degli habitat. L’ambizioso obiettivo della Nature Restoration Law è il ripristino progressivo degli habitat degradati, il recupero della connettività dei fiumi, l’aumento degli stock di carbonio, e, soprattutto, un cambio di passo nella gestione delle aree agricole. E questo è stato proprio il tasto dolente oggetto delle forti opposizioni politiche, che hanno strumentalizzato la Nature Restoration law, descrivendo le proposte di un agricoltura più sostenibile e a favore della biodiversità come una grave minaccia per la produzione alimentare che avrebbe fatto salire i prezzi alle stelle facendo saltare le catene di approvvigionamento consolidate. Infatti il disegno originario prevedeva di aumentare la biodiversità attraverso un cambio di gestione dei terreni agricoli, puntando a una diversificazione del paesaggio (diminuendo cioè le monoculture e aumentando siepi, boschi, pozze d’acqua) in almeno il 10% delle superfici coltivate. La legge approvata dal Consiglio Europeo elimina questa soglia, e quindi indebolisce fortemente l’efficacia della misura. Sono inoltre divenute facoltative molte misure proposte come obbligatorie, quali il ripristino delle aree umide, e sono state introdotte numerose deroghe cui è possibile applicare, tra cui la possibilità di bypassare gli obiettivi ambientali nel caso in cui la produttività del cibo fosse minacciata. E qui bisognerà vedere quali saranno i criteri adottati dai governi per stabilire queste minacce. Infine, la legge approvata rimuove l’indicazione agli Stati Membri di utilizzare parte dei fondi della PAC a sostegno delle misure per una agricoltura più sostenibile.

Guardando al futuro, i prossimi passi sono l’adozione formale del nuovo regolamento da parte del Parlamento europeo e del Consiglio. Fatto ciò, il regolamento entrerà in vigore 20 giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE. A questo punto la palla passerà agli Stati membri, che dovranno sviluppare dei piani di ripristino nazionali attraverso processi partecipativi che coinvolgano le comunità locali e la società civile e in sinergia con le strategie per la mitigazione dei cambiamenti climatici, l'adattamento ai cambiamenti climatici e la prevenzione dei disastri, nonché con l'agricoltura e la silvicoltura. Questi piani di ripristino nazionali dovranno essere presentati dagli Stati entro due anni dall’entrata in vigore del regolamento e dovranno contenere un calendario per la loro attuazione. La legge mantiene infatti l’originario obiettivo di ripristinare entro il 2030 almeno il 20% degli habitat terrestri e marini e degradati. La flessibilità negli obblighi da rispettare da parte degli Stati membri ottenuta nelle varie negoziazioni lascia però fortemente perplessi circa l’efficacia in termini pratici di questi buoni propositi, considerato anche che le destre stanno acquistando potere, e che hanno una visione contraria rispetto alle politiche ambientali.

In mezzo a tutto ciò, la disinformazione sul tema dilaga, con una copertura mediatica del “rivoluzionario risultato” molto scarsa, e una strumentalizzazione politica che continua a trasformare la tutela della biodiversità, degli ecosistemi e la lotta al cambiamento climatico in una minaccia all’economia. Una difesa dello status quo molto pericolosa. Il business as usual non sta facendo altro che diminuire la resilienza ambientale e minare i servizi ecosistemici che ci servono per sopravvivere. Basti pensare al fatto che l’80% delle coltivazioni dipende dalla presenza di impollinatori per essere produttiva, e proprio a causa del business as usual di produzione difesa dal Ppe un terzo delle specie è in declino e una su dieci è a rischio critico di estinzione. L’approvazione della Nature Restoration Law è sicuramente benvenuta, ma è una mezza vittoria, che rischia di essere bellissima su carta, ma poco concreta.

Resta molto lavoro da fare per un cambiamento culturale che faccia mettere al primo posto la salute del pianeta, che garantisca un futuro alle nuove generazioni. Fare come abbiamo sempre fatto non ci porterà molto lontano, investire per prevenire i disastri assicurando la funzionalità ecosistemica è forse scomodo, ma lungimirante e previene spese importanti da sostenere per riparare i danni, che già in Italia stiamo sperimentando con il clima che cambia.

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