Sistema solare

Bennu, l’asteroide inaspettato

Bennu

A differenza di quanto si riteneva, la superficie di Bennu è molto tormentata e costellata di numerosi massi. Appare oltremodo evidente già in questa immagine raccolta dalla sonda OSIRIS-REx lo scorso dicembre, appeno giunta nei pressi dell’asteroide. Crediti: NASA/Goddard/University of Arizona

Bennu, il piccolo asteroide studiato da vicino dalla sonda OSIRIS-REx, è stato protagonista di diversi articoli e interventi scientifici. Le immagini hanno rivelato una superficie inaspettatamente irregolare e sassosa che può rendere difficile la raccolta dei campioni da parte della sonda, prevista per la fine di luglio 2020; altra grossa sorpresa per gli astronomi è stata l'individuazioni di getti polverosi emessi Bennu. Gran parte delle particelle di questi getti si disperdono nell'atmosfera, mentre altre rimangono a orbitare intorno all'asteroide per poi tornare alla sua superficie: è la prima volta che si osserva questo fenomeno, i cui meccanismi sono ancora ignoti. Confermata, infine, la struttura interna costituita da frammenti di ogni dimensione tenuti assieme dalla forza di gravità, mentre uno studio su Nature Communications fornisce la precisa rilevazione del regime di rotazione dell'asteroide

Svelata Ultima Thule

Alan Stern (Southwest Research Institute), principal investigator di New Horizons, si complimenta con Alice Bowman (Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory), responsabile delle operazioni di New Horizons. È il 1° gennaio e al Centro operativo della missione presso il Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory a Laurel (Maryland) è appena giunta la conferma, dieci ore dopo il flyby con Ultima Thule, che la sonda è pienamente operativa e ha raccolto dati durante il sorvolo. Crediti: NASA/Bill Ingalls

Il 1° gennaio, la sonda New Horizons è passata accanto a Ultima Thule, un oggetto astronomico dalla curiosa forma allungata

Il lago sotterraneo di Marte

Rappresentazione pittorica della sonda Mars Express in azione intorno a Marte. Nella parte superiore dell’immagine è riportato il segnale radar acquisito da MARSIS che rileva la risposta della superficie del pianeta (in alto), degli gli strati ghiacciati della calotta polare (zona intermedia) e l’intensa discontinuità (colorata in azzurro) riconducibile ai depositi di acqua salmastra. Crediti: ESA/INAF/Davide Coero Borga-Media INAF

La possibilità che vi potesse essere acqua allo stato liquido su Marte era già stata ventilata almeno tre decenni fa. Non c’era nessuna prova concreta, ma considerazioni termodinamiche avevano portato Stephen Clifford (Lunar and Planetary Institute) a suggerire nell’agosto 1987 che al di sotto delle regioni polari del Pianeta rosso si potessero nascondere bacini di acqua liquida.