Il prossimo 30 settembre sarà inaugurato il Sardinia Radio Telescope alla presenza del Ministro dell'Istruzione della Ricerca e dell'Università, maria Chiara Carrozza. Si tratta di un radiotelescopio con specchio primario del diametro di 64 m, di concezione moderna, versatile, con diverse posizioni focali, e con una copertura di frequenza da 0,3 a 100 GHz. È il più grande in Europa il secondo al mondo. L'impianto, disegnato per applicazioni di Radioastronomia, Geodinamica e Scienze Spaziali, è stato finanziato principalmente dal MIUR, dall'Agenzia Spaziale Italiana e dalla Regione Autonoma della Sardegna. Il progetto SRT si inquadra in un ampio programma di sviluppo scientifico, tecnologico e di alta formazione in Sardegna e si configura come una facility internazionale di altissimo profilo. Oltre a studiare le sorgenti radio dell'Universo, il Sardinia Radio Telescope è stato pensato anche per operare quale stazione ricevente di Terra per le sonde interplanetarie e vi sono trattive già in corso con NASA e ESA da parte dell'Agenzia Spaziale Italiana. Infatti grazie alla sua parabola a grande diametro rappresenta lo strumento ideale per essere inserito nel Deep Space Telescope L'impianto, costato 70 milioni di euro, rappresenta un fiore all'occhiello dell'astronomia italiana e conferma l'avanguardia tecnologica e scientifica del nostro paese nell'ambito della radioastronomia
Si inaugura il Sardinia Radio Telescope
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A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica

Nella bella cornice e della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola. non si tratta di una COP, e nemmeno di una semiCOP, ma di un processo previsto a Belem che vede riuniti chi ci crede e pensa a come fare. Magari partendo dall'affrontare il debito dei paesi ricchi di queste fonti e nient'altro,
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica, e dunque la necessità della transizione.