fbpx Sette miliardi per salvare i suoli in dissesto | Scienza in rete

Sette miliardi per salvare i suoli in dissesto

Primary tabs

Read time: 2 mins

Sette miliardi di euro per salvare i circa quattro milioni di ettari di terreno agro-forestale a rischio dissesto: l’ingente investimento servirà a fronteggiare la costante perdita di suolo agricolo e sarà spalmato in dieci anni. Più di tre miliardi di euro serviranno a proteggere le aree destinate alla semina, un miliardo e mezzo circa per la ricostruzione del potenziale ecologico, oltre un miliardo e mezzo alla stabilizzazione del reticolo idrografico minore. Altri 700 milioni di euro, infine, per gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria nonché il ripristino e ricostruzione dei terrazzamenti agricoli. 

I suoli italiani necessitano quindi di cure, non più procrastinabili. Non pochi i benefici che ne seguirebbero, tra cui la riduzione dei colmi di piena, degli eventi alluvionali e della quantità di sedimento immessa nella rete fluviale e quindi il miglior funzionamento degli invasi artificiali idroelettrici, la conservazione della biodiversità del territorio, l’incremento dell’assorbimento di CO2 per la mitigazione dei cambiamenti climatici, lo sviluppo socio-economico e turistico legato anche alle produzioni di qualità e la tutela dei paesaggi agricoli tradizionali.

Questi dati sono contenuti nelle “Linee guida per la valutazione del dissesto idrogeologico e la sua mitigazione attraverso misure e interventi in campo agricolo e forestale”, predisposte da AGEA, ISPRA e Rete Rurale Nazionale (qui consultabili). Lo scenario degli interventi prevede anche interessanti ricadute in termini occupazionali: stimate in circa 410 milioni le ore di lavoro incrementali in 10 anni, pari a circa 19.000 posti di lavoro equivalenti per anno.  

Non male, se si riuscisse a tradurre in azione un piano così importante, che potrebbe mettere letteralmente in salvo i circa due milioni di ettari di suolo destinati a seminativo, i trentatremila ettari di suolo terrazzato con colture permanenti e i quarantamila chilometri di reticolo idrografico minore. 

Autori: 
Sezioni: 
Ambiente

prossimo articolo

Il mare sempre più caldo cambia sotto i nostri occhi

Immagine di una caravella portoghese (Physalia physalis) su fondo azzurro

Un nuovo studio di World Weather Attribution mostra che il cambiamento climatico di origine umana ha reso le recenti ondate di calore marine molto più intense e frequenti, e che il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile. Tra gli effetti visibili figurano la diffusione di organismi gelatinosi, anche molto urticanti come la caravella portoghese (nella foto), nel quadro di una progressiva tropicalizzazione della fauna marina. Le conseguenze pesano anche sulla terraferma, con maggiore umidità, precipitazioni estreme e rischi sanitari. Le misure di adattamento possono limitare i danni, ma per contenere gli impatti è indispensabile ridurre le emissioni legate ai combustibili fossili. Immagine: rielaborazione grafica da Wikimedia Commons

Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato per gli oceani del pianeta (dato Copernicus ). Sulle coste europee, e in particolare nel Mediterraneo occidentale, le temperature superficiali del mare hanno toccato record assoluti: fino a 6°C sopra la norma a giugno, con una boa al largo di Maiorca che ai primi di agosto ha misurato 33°C.