fbpx Arte astratta e neuroscienze | Page 2 | Scienza in rete

Arte astratta e neuroscienze

Read time: 2 mins

Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma e della Columbia University ha fatto una nuova scoperta nella comprensione di come il cervello dell’osservatore risponde alle opere d’arte astratta. I ricercatori hanno dimostrato come l’osservazione di un’opera d’arte, anche se statica e di natura astratta, conduca all’attivazione della corteccia motoria dell’osservatore.

La visione non può essere confinata alla mera attivazione delle parti visive del cervello. La ricerca neuroscientifica ha dimostrato che la visione coinvolge anche l’attivazione delle regioni cerebrali coinvolte nel movimento, nelle sensazioni tattili, e nelle risposte emozionali. Un gruppo di ricercatori guidato dai neuroscienziati Maria Alessandra Umiltà e Vittorio Gallese dell’Università di Parma e da David Freedberg, professore di Storia dell’arte alla Columbia University, ha dimostrato per la prima volta il ruolo del sistema motorio durante la contemplazione di opere d’arte astratta. I risultati hanno notevoli implicazioni per la comprensione del ruolo del corpo nell’esperienza estetica.

In uno studio condotto nel laboratorio di elettroencefalografia del Dipartimento di Neuroscienze di Parma pubblicato nell’ultimo numero di Frontiers in Human Neuroscience, Umiltà, Gallese e Freedberg, insieme alle co-autrici Cristina Berchio e Maria Teresa Sestito hanno studiato come l’osservazione di opere dell’artista Lucio Fontana evochino specifiche risposte motorie nel cervello degli osservatori. I risultati hanno mostrato che la soppressione del ritmo mu, un segno dell’attivazione del sistema motorio corticale, è evocata dall’osservazione di immagini digitali ad alta risoluzione delle opere d’arte, ma non dall’osservazione di stimoli di controllo. Un aspetto molto interessante dello studio consiste nella dimostrazione che questo effetto è del tutto indipendente dalla famigliarità degli osservatori con gli oggetti osservati. “I nostri risultati, ha affermato Maria Alessandra Umiltà, forniscono la prima prova del coinvolgimento del sistema motorio corticale in risposta all’osservazione di opere d’arte astratta statiche, anche in assenza di qualsiasi esplicita rappresentazione di corpo in movimento”.
I risultati di questo studio forniscono la prova empirica dell’ipotesi proposta da Gallese e Freedberg nel 2007. Le tracce visibili del gesto creativo artistico (come i tagli nella tela di Lucio Fontana, oggetto dell’esperimento) attivano nell’osservatore le aree motorie specifiche che controllano l’esecuzione dei gesti che producono quelle stesse immagini.
Questi risultati forniscono ulteriore supporto al ruolo del meccanismo dei neuroni specchio nel coinvolgimento degli osservatori con le opere d’arte. La simulazione del gesto dell’artista costituisce un importante componente della percezione di un’opera d’arte astratta.
Lo studio conferma anche l’ipotesi di Gallese e Freedberg circa il ruolo delle risposte empatiche durante l’osservazione di opere d’arte. Tali risposte si configurano come modalità di simulazione incarnata (“embodied simulation”) che consentono una comprensione diretta dei contenuti intenzionali ed emotivi delle immagini, come già proposto da Gallese. Questo livello di base delle nostre risposte alle immagini rappresenta un aspetto essenziale per comprendere come e perchè le immagini, artistiche e non, esercitino il loro potere su chi le osserva. “ Fattori storici e socio-culturali ovviamente svolgono un ruolo preponderante nel mediare le nostre esperienze estetiche ed il nostro rapporto con le opere d’arte – sostiene Gallese. Tuttavia, ciò non contraddice l’importanza di studiare ed approfondire i processi cerebrali che sottendono il nostro coinvolgimento empatico con le opere d’arte”.
Lo studio pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience sottolinea le grandi potenzialità di un approccio multidisciplinare ai temi dell’arte e della creatività umana quale quello esemplificato dalla collaborazione tra i ricercatori dell’Università di Parma e della Columbia University.

Autori: 
Sezioni: 

prossimo articolo

Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.