fbpx Comunicazione del rischio, le lezioni anglosassoni | Scienza in rete

Comunicazione del rischio, le lezioni anglosassoni

Read time: 4 mins

La sentenza dell’Aquila che ha condannato a 6 anni di carcere i componenti della Commissione Grandi Rischi attiva ai tempi del terremoto del 2009 sta avendo una grande eco, anche internazionale. In attesa di conoscerne le motivazioni – che sono previste per legge (lo diciamo a beneficio dell’editorialista di Nature che chiede perentoriamente al giudice di consegnarle) – e di esprimere giudizi ponderati nel merito, conviene capire cosa dicono di noi all’estero coloro che sono abbastanza informati sulla vicenda, essendo naturalmente più distaccati. Per poi trarre una prima, provvisoria lezione.

Vi proponiamo tre giudizi molto pertinenti, senza alcuna pretesa di completezza. Anzi, con un’ostentata scelta soggettiva. 

Il primo rimanda all’editoriale che l’americano David Ropelk, esperto di comunicazione del rischio, ha scritto per lo Scientific American, considerato – non a torto – la più prestigioso rivista di divulgazione della scienza al mondo. Il pensiero di Ropelk è chiaro fin dal titolo: The L’Aquila Verdict: a Judgment Not against Science, but against a Failure of Science Communication. Sbaglia, sostiene Ropelk, l’American Association for tha Advancement of Science – la prestigiosa associazione degli scienziati americani che, tra l’altro, pubblica la rivista Science – a condannare il verdetto perché i giudici non hanno capito la scienza che c’è dietro la probabilità che si verifichi un terremoto. La tesi dello studioso americano è che, contrariamente a quanto afferma la maggioranza dei servizi giornalistici, la sentenza non è affatto un pugno nei denti della comunità scientifica. Chiamate in giudizio e condannate a L’Aquila non sono né la scienza, né la sismologia, né l’abilità degli scienziati a predire un terremoto, ma la capacità o l’incapacità (a torto o a ragione, è da vedere anche in base alle motivazioni della sentenza emessa) di sei scienziati e di un funzionario pubblico a comunicare il rischio.

Il punto non è se la Commissione Grandi Rischi tra marzo e aprile del 2009 ha fatto buona o cattiva scienza. Il punto è se ha fatto buona o cattiva comunicazione del rischio

Un altro punto di vista interessante è quello che l’inglese David Spiegelhalter, statistico di formazione e Winton professor of public understanding of risk presso l’Università di Cambridge, ha consegnato a Gaetano Prisciantelli in un’intervista che è possibile ascoltare sul sito di Radio3Scienza. Anche Spiegelhalter sostiene che la sentanza non riguarda la scienza dei sismi ma la comunicazione dell’incertezza. Ma quello che è importante è la lezione che il matematico inglese esperto di comunicazione del rischio ne trae: se gli scienziati voglio continuare ad avere un rapporto con la società (rapporto dal quale è impossibile ritrarsi, nota umilmente il vostro redattore) devono prestare molta più attenzione all’impatto che può avere ciò che dicono. «Devono scegliere e misurare le parole con estrema cura quando rilasciano dichiarazioni al pubblico. Devono pensare a fondo la loro strategia di comunicazione del rischio. Penso che ciò non sia stato fatto all’Aquila».

Un terzo punto di vista è quello di un altro americano, il sismologo Thomas Jordan, direttore del Southern California Earthquake Center presso il Dipartimento di Scienze della Terra della University of Southern California. Jordan, sia detto per inciso, giudica inaccettabile la sentenza. Ma, in un’intervista concessa sempre a Gaetano Prisciantelli, sostiene: «Mi è stato chiesto dal governo italiano di presiedere una commissione internazionale d’indagine su ciò che è avvenuto durante il terremoto dell’Aquila e di proporre alcune raccomandazioni per migliorare il sistema di comunicazione del rischio. Ci siamo riuniti la prima volta un mese dopo il terremoto (del 6 aprile, n.d.r.). A ottobre del 2009 abbiamo consegnato al governo un set di raccomandazioni su come migliorare la comunicazione del rischio in simili situazioni».

Domanda di Prisciantelli: pensa che l’Italia ne abbia tenuto conto? Risposta: «A mia conoscenza, le nostre raccomandazioni non sono state implementate dal Dipartimento di Protezione Civile».

Questi tre punti di vista sono davvero illuminanti. E ci insegnano tre cose.

Primo: non possiamo prescindere dai fatti. E i fatti sono che essere chiamata alla sbarra all’Aquila, a torto o a ragione, non è stata la scienza ma la comunicazione della Commissione Grandi Rischi. Che malgrado tutto in Italia, dopo la disastrosa gestione dell’emergenza terremoto in Irpinia nel 1980, è stato istituito un ottimo sistema di Protezione Civile. Che questo sistema ha funzionato benissimo in molte occasioni (sebbene di recente, durante la gestione Bertolaso, la Protezione Civile sia stata utilizzata male e per compiti impropri). Ma che mai si è dotata di una struttura di comunicazione del rischio sul tipo di quella indicata da Spiegelhalter e da Jordan. Una struttura capace di fare tre cose: comunicare efficacemente il rischio durante l’emergenza; formare tecnici e scienziati alla comunicazione del rischio in modo che “sappiano misurare attentamente le parole quando fanno dichiarazioni pubbliche” e, più in generale, capaci si avere un rapporto buono e imprescindibile con i cittadini non esperti nel rispetto dei ruoli; fare ricerca scientifica sulla comunicazione del rischio, perché essa è un fattore decisivo nella gestione di un’emergenza.

Tutto questo si fa in gran Bretagna o negli Stati Uniti o in Giappone. Non si fa, ancora, in Italia. E le conseguenze sono, ora, sotto gli occhi di tutti. 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.