fbpx Il Nerviano rischia ancora | Scienza in rete

Il Nerviano rischia ancora

Read time: 2 mins

Nonostante la Regione Lombardia l'abbia salvato in extremis diventandone azionista di riferimento, due anni fa, il Centro Nerviano continua a soffrire il disagio di essere continuamente in bilico tra la sopravvivenza e la chiusura. E da giugno di quest’anno infatti, che i ricercatori di uno dei centri di punta nel campo degli studi sui farmaci oncologici non ricevono regolarmente la paga. 190 milioni di euro di debiti con Unicredit è la cifra che fa tremare i 575 ricercatori del Nerviano che non possono, ormai, più contare sulla copertura quinquiennale promessa, e vivono le ultime ore con l’incubo di una precarietà che minaccia di trasformarsi in uno stop definitivo.

Risalgono al 2009 le prime importanti proteste dei lavoratori del Nerviano Medical Science, i quali accusavano la congregazione religiosa dei Figli dell’Immacolata Concenzione, proprietari del centro, di non aver saputo gestire l’eccellenza italiana della ricerca farmaceutica nel settore oncologico, anche a causa dei primi contraccolpi della crisi economica. In quell’occasione furono 650 ricercatori a inviare una lettera indirizzata al Vaticano e ai ministri del Walfare e della Ricerca, per scongiurare la liquidazione dell’Istituto. Nel testo si faceva esplicito riferimento alla volontà della Congregazione di non garantire i finanziamenti già stanziati per il proseguimento delle attività (lo sviluppo di farmaci innovativi per contrastare i tumori e la cura degli oltre 900 pazienti sotto osservazione). A questa prima richiesta, ha fatto seguito un appello rivolto al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e al Governatore della Regione Lombardia per scongiurarne la chiusura. Scienzainrete ha contribuito alla raccolta di firme, tra le quali compariva anche il nome di Umberto veronesi. Dopo una prima boccata d’ossigeno con una ricapitalizzazione del capitale sociale per 30.000.000 di euro, sono arrivate, nel giugno 2010, le dimissioni di Francesco Colotta, il direttore ricerca e sviluppo del NMS e l’accordo che scioglieva il centro dai legami co Pfizer (il colosso farmaceutico statunitense con diritto di prelazione sui risultati ottenuti a Nerviano). A fine dicembre dello stesso anno è stato il Pirellone a salvare in extremis il Centro, con un investimento di 15 milioni e un accordo di programma con la Rete oncologica lombarda e la supervisione dell'Istituto nazionale tumori.

Ora però ci risiamo, sono previste nuove proteste e manifestazioni per un'altra "ultima chiamata" di salvataggio.
Autori: 
Sezioni: 
Ricerca

prossimo articolo

Early warning sismico: un test a posteriori sull’ultimo grande terremoto in Turchia e Siria

edifici crollati nella provincia turca di Hatay

I sistemi di allerta sismica precoce puntano ad avvertire con secondi o decine di secondi di anticipo che è in arrivo un terremoto pericoloso. Si basano sul fatto che quando la crosta terrestre si frattura, si generano due tipi di onde. Le prime, longitudinali, solitamente non causano danni e viaggiano più velocemente delle seconde, trasversali che invece possono causare danni anche significativi agli edifici e quindi alle persone. I sistemi di allerta precoce processano il segnale delle prime onde e prevedono se e dove, nell’area circostante l’epicentro, è probabile che le seconde siano distruttive. Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo alla prova un approccio innovativo all’allerta precoce sfruttando i dati relativi alla prima delle due scosse che hanno colpito la regione tra Turchia e Siria a febbraio del 2023. Quella sequenza sismica ha causato quasi sessantamila morti, lasciando un milione e mezzo di persone senza casa. Nell’immagine: edifici crollati nella provincia turca di Hatay il 7 febbraio 2023. Credit: Hilmi Hacaloğlu/Voice of America.

Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo a punto un sistema per l’allerta sismica precoce e lo ha testato retrospettivamente sulla prima delle due scosse che hanno colpito la regione al confine tra Turchia e Siria il 6 febbraio del 2023. Considerando una soglia di intensità sismica (l’effetto del terremoto su persone e cose) moderata, il sistema si è dimostrato in grado di prevedere la zona da allertare con un anticipo che varia da 10 a 60 secondi allontanandosi dall’epicentro da 20 a 300 chilometri, con una percentuale molto contenuta di falsi allarmi.