fbpx L'acqua di Vesta | Scienza in rete

L'acqua di Vesta

Read time: 3 mins

Proprio mentre la sonda Dawn si lasciava alle spalle Vesta per la sua nuova destinazione sono stati presentati tre importanti studi che gettano nuova luce sui meccanismi che hanno portato l'acqua sui corpi del Sistema solare.

Se volete assistere a un bel dibattito, chiedete ai planetologi da dove venga l'acqua della Terra. L'interessante dibattito, però, potrebbe forse prendere una piega diversa dopo le recenti osservazioni compiute dagli strumenti a bordo della sonda Dawn. La scoperta più recente, presentata nei giorni scorsi all'European Planetary Science Congress di Madrid, vede protagonisti i dati dello strumento italiano VIR (Visible and Infrared mapping spectrometer) la cui analisi, compiuta dal team di Maria Cristina de Sanctis (INAF-IAPS), ha messo in luce la presenza di grandi concentrazioni localizzate di molecole di ossidrile (ossigeno e idrogeno). Il fatto che la distribuzione delle molecole interessi terreni antichi e non dipenda dall'illuminazione solare suggerisce che siamo in presenza di un processo non più attivo, ma che risalirebbe ai momenti iniziali della formazione di Vesta oppure all'epoca appena successiva, caratterizzata dall'intenso bombardamento dei corpi del Sistema solare. Solitamente, il depositarsi delle polveri generate negli impatti e ricche di ossidrile è caratterizzato dalla presenza di un manto più scuro. Una regione di Vesta particolarmente ricca di ossidrile, però, non mostra traccia di tale materiale, chiaro segno che c'è ancora molto da scoprire sul processo di idratazione.

Qualche giorno prima della relazione sui dati VIR, erano stati pubblicati su Science ben due articoli riguardanti le scoperte della sonda Dawn. Il primo lavoro, coordinato da Brett Denevi (Johns Hopkins University), segnala una ricca presenza, attuale o passata, di composti volatili, soprattutto di quelli contenenti l'ossidrile. La prova sarebbe una particolare conformazione superficiale, ricca di piccole depressioni dovute all'improvvisa evaporazione dei composti imprigionati nel terreno e liberati dagli impatti. A portare quei composti sarebbero stati precedenti impatti con una tipologia particolare di meteoriti, le condriti carbonacee, provenienti dalle regioni più esterne e ricche d'acqua ghiacciata del Sistema solare.

Questa spiegazione troverebbe conferma nel secondo articolo di Science. Lo studio, coordinato da Thomas Prettyman (Planetary Science Institute), indica che le misure dello strumento GraND (Gamma Ray and Neutron Detector) della sonda Dawn segnalano tracce di idrogeno nella polvere superficiale di Vesta, con una maggiore concentrazione nelle regioni più preservate dagli impatti. L'interpretazione è che la mancanza di idrogeno nelle regioni più craterizzate sia dovuta al fatto che gli impatti hanno finito col seppellire e rendere di fatto invisibili quei materiali ricchi di idrogeno portati dalle condriti.

Un dubbio tutto da chiarire è se il flusso di condriti carbonacee con il loro carico di materiali volatili sia da relegare in un lontano passato oppure sia ancora attivo. Con il suo lavoro dalle parti di Vesta la sonda Dawn ha sollevato la questione, chissà se, una volta in orbita intorno a Cerere, non ci dia qualche dritta per dirimere la questione...

INAF - NASA

Autori: 
Sezioni: 
Sistema solare

prossimo articolo

Ominini arcaici, alla ricerca dell'antenato comune

i resti di ominini ritrovati in Marocco

Nuovi fossili scoperti in Marocco e datati a circa 773mila anni fa potrebbero avvicinarci all’identità dell’ultimo antenato comune di Homo sapiens, Neanderthal e Denisova, rimasto finora sconosciuto. I resti, rinvenuti nei pressi di Casablanca e analizzati da un team internazionale di ricercatrici e ricercatori, mostrano una combinazione di caratteristiche arcaiche e moderne che apre nuovi scenari sulle origini della nostra specie.

Nell'immagine di copertina: i resti rinvenuti in Marocco. Crediti: Hublin JJ, Lefèvre D, Perini S et al. Early hominins from Morocco basal to the Homo sapiens lineage. Nature (2026). https://doi.org/10.1038/s41586-025-09914-y. Licenza: CC BY 4.0

Alcuni nuovi fossili di ominini scoperti di recente in Marocco aggiungono un nuovo tassello alla ricostruzione delle origini della nostra specie. Un team internazionale ha infatti analizzato resti datati 773mila anni fa provenienti dalla Grotte à Hominidés, nei pressi di Casablanca, scoprendo che presentano un mosaico di caratteristiche primitive e derivate che potrebbero porli alla base della linea evolutiva di sapiens, Neanderthal e Denisova.