fbpx Mutazione genetica come difesa | Page 7 | Scienza in rete

Mutazione genetica come difesa

Read time: 2 mins

Un gruppo di ricerca islandese ha identificato una rara mutazione genetica che protegge dallo sviluppo dell’ Alzheimer e dal declino cognitivo correlato all’età.

Gli ultimi risultati, pubblicati sulla rivista Nature, mostrano infatti come il gene che codifica per la proteina precursore beta-amiloide(APP) svolge un ruolo essenziale nella formazione di placche di proteine ​​amiloidi nel cervello dei malati di Alzheimer. L’accumulo nel cervello di queste placche determina problemi nella comunicazione fra i neuroni, portando col passare del tempo alla perdita di memoria e a problemi di linguaggio.

"Abbiamo scoperto una mutazione nel gene codificante APP che protegge contro l’insorgere dell’ Alzheimer e il declino cognitivo negli anziani”, ha spiegato Kari Stefansson, capo del gruppo di ricerca dell’Università di Reykjavik. Questa mutazione genetica induce l'alterazione di un singolo aminoacido del gene APP. Questo aminoacido influenza l'azione dell'enzima I-secretase 1 (Bace1), bloccando il quale, si può prevenire lo sviluppo della patologia. Le mutazioni del gene APP portano alla riduzione del 40% nella formazione di queste placche dannose. E’ stato analizzato il genoma di 1.795 persone: gli studiosi hanno così individuato una mutazione del gene APP piuttosto rara (presente nello 0,5% degli islandesi e nello 0,2-0,5% di finlandesi, norvegesi e svedesi) che offre una protezione naturale contro il processo neurodegenerativo. Nei genomi dei nordamericani, i ricercatori hanno ritrovato la stessa mutazione in una sola persona su diecimila. “Questo, sottolinea Stefansson, significa che la mutazione è relativamente recente e si è sviluppata in Scandinavia”.

I ricercatori hanno inoltre scoperto che i partecipanti allo studio di età compresa tra 80 e 100 anni, portatori della mutazione, hanno funzioni cognitive migliori dei coetanei. La mutazione A673T avrebbe dunque un ruolo protettivo naturale contro l’insorgere dell’Alzheimer e il conseguente declino cognitivo.

Altri lavori avevano già evidenziato come mutazioni per il gene APP sono alla base dell’ insorgenza precoce dell’Alzheimer, ma per la prima volta le stesse mutazioni sono collegate anche alle più diffuse malattie neurodegenerative che si verificano in età avanzata.

Nonostante i numerosi sforzi per la lotta all’Alzheimer, gli scienziati hanno fatto pochi progressi nella creazione di farmaci che inibiscono in modo efficace le interazioni tra proteine coinvolti nell’insorgenza di questa malattia.

Questo studio potrebbe aprire una nuova strada per realizzazione di nuovi farmaci, una molecola che "imitasse" l'effetto della mutazione potrebbe proteggere dal declino cognitivo legato a questa forma di demenza.

Autori: 
Sezioni: 
Alzheimer

prossimo articolo

Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Einstein nel 1905 e nel 1949

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.

C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».