fbpx Rivoluzione web 2.0 | Scienza in rete

Rivoluzione web 2.0

Read time: 1 min

Il cosiddetto social networking sta facendo la differenza nella sollevazione iraniana contro i risultati elettorali che hanno confermato al potere Almadinejad. Nell'occhio della censura sono soprattutto Youtube e Twitter. L'importanza di questo secondo network di microblogging è stato ratificato in qualche modo da una insolita richiesta fatto al cofondatore di Twitter, Jack Dorseey, da parte del giovane funzionario del Dipartimento di Stato statunitense Jared Cohen: se era possibile ritardare la consueta manutenzione del sito, che avrebbe tagliato per alcune ore il flusso ormai ininterrotto e inarrestabile di messaggi e filmati dall'opposizione iraniana. Il regime fa di tutto per tagliare la strada a questo e altri siti di social networking, ma gli iraniani si sono ormai smaliziati e, come riferisce l'inchiesta del New York Times, riescono a bypassare le censure con siti proxy. Il giornalismo civico dei new media impazza in queste ore in Iran: la BBC riceve circa 5 video al minuto girati da dilettanti, e non mancano i siti di controinformazione come Persianwiki. Un giornalismo libero, a costo della vita.

Fonte: U.S. Steps Gingerly Into Tumult in Iran, New York Times, 17 June 2009

 

Autori: 
Sezioni: 
Iran

prossimo articolo

La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

Giorgio Parisi al convegno di Roma

L'intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l'accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ "Ricerca e democrazia nell'epoca delle Big Tech" ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento.

Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.

Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile.