fbpx Il morso del T-Rex | Page 10 | Scienza in rete

Il morso del T-Rex

Read time: 2 mins

La ricostruzione della potenza delle fauci del Tyrannosaurus Rex ha permesso di scoprire che il morso di questo dinosauro era di gran lunga il più potente tra quelli degli animali terrestri conosciuti, sia di quelli viventi che di quelli ormai estinti.

Per giungere a questa conclusione – pubblicata su Biology Letters – Karl Bates (University of Liverpool) e Peter Falkingham (University of Manchester) hanno ricostruito la muscolatura delle fauci del T-Rex e hanno valutato la potenza del suo morso sia basandosi sui dati scheletrici, sia utilizzando un'analisi statistica e un confronto qualitativo con gli animali viventi ai nostri giorni. I due ricercatori hanno poi applicato i dati raccolti a un modello computerizzato che tenesse conto dei principali fattori anatomici e fisiologici che determinano la potenza del morso. Dalla simulazione è emerso che un T-Rex adulto era in grado di sviluppare con il suo morso una potenza che poteva arrivare fino a 57 mila Newton (quasi 6 tonnellate di forza peso), rivelandosi pertanto oltre quattro volte più potente di quanto stabilito da precedenti studi.

Il lavoro di Bates e Falkingham potrebbe permettere di archiviare forse in modo definitivo l'ipotesi che il T-Rex fosse un animale spazzino e non un cacciatore. Risulterebbe infatti priva di fondamento l'idea che l'enorme corporatura del dinosauro non fosse accompagnata da una adeguata muscolatura delle fauci obbligandolo ad accontentarsi delle prede abbandonate dagli altri cacciatori. Stando ai risultati dei due biologi, insomma, il T-Rex può a pieno titolo essere annoverato tra i più devastanti predatori apparsi sul nostro pianeta.

University of Liverpool

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Dinosauri

prossimo articolo

Giove rimpicciolisce (di poco): la nuova misura dalla missione Juno

giove

Nuove analisi combinate dei dati della sonda Juno e del telescopio spaziale Hubble aggiornano con precisione senza precedenti la forma di Giove, che risulta leggermente più compatto rispetto alle stime storiche derivate da Pioneer e Voyager, con raggi polare ed equatoriale inferiori rispettivamente di circa 12 e 4 km. Questi risultati, da poco pubblicati su Nature Astronomy, introducono vincoli più stringenti sui modelli della struttura interna dei giganti gassosi e migliora la calibrazione delle relazioni massa–raggio usate per interpretare gli esopianeti.

Nell'immagine di copertina: il pianeta Giove. Crediti: Kevin M. Gill (CC-BY) based on images provided courtesy of NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS

Dopo oltre quarant’anni, nuovi dati della missione Juno della NASA e del telescopio spaziale Hubble hanno permesso di ricalcolare con precisione senza precedenti la forma di Giove, rivelando che il pianeta è leggermente più compatto rispetto a quanto indicato dalle stime storiche. Il risultato, pubblicato su Nature Astronomy, introduce un nuovo vincolo quantitativo sui modelli interni di Giove e, più in generale, sulla fisica dei pianeti giganti.