fbpx Quando si dice questione d'equilibrio | Scienza in rete

Quando si dice questione d'equilibrio

Read time: 2 mins

Cosa hanno in comune un’antilope e un leone? Convivono nello stesso ecosistema assieme a decine di altre specie. Quello che non si sapeva è che il rapporto che li lega, del tipo preda-predatore, aumenta la stabilità dell’ecosistema evitando grandi variazioni nel numero di esemplari delle diverse specie. Da sempre l'uomo ha cercato di descrivere le relazioni che intercorrono tra i diversi animali che vivono in uno stesso ambiente, ora però si è cercato di dare una una rappresentazione matematica a questi legami.  In uno studio apparso su Nature il 19 febbraio scorso, due ricercatori dell'Università di Chicago, Stefano Allesina e Si Tang, mostrano i risultati da loro raggiunti nello studio della stabilità di ecosistemi complessi in cui interagiscono diverse specie animali. Allesina e Tang prendono spunto da una ricerca del 1972, condotta dal fisico Robert May. L'obiettivo di May era studiare quale fosse il comportamento dei sistemi naturali in cui coesistono molte specie; la sua conclusione fu che tale comportamento avesse caratteristiche d'instabilità. A piccole modifiche nel numero di animali per una data specie corrispondeva una variazione dei rappresentanti anche delle altre. Allesina, di origine italiana, e Tang hanno scelto di partire dallo studio di May. May supponeva che le relazioni tra le specie fossero casuali. I due ricercatori hanno invece diviso i rapporti tra animali in tre categorie: predatore-preda, di sostegno o di competizione, assegnando a ciascun tipo di legame tra due specie un valore numerico diverso a seconda della tipologia di relazione. È così emerso che i rapporti del tipo preda-predatore aumentano la stabilità di un sistema, al contrario dei rapporti di sostegno o competizione; questo risultato giustifica la presenza di sistemi complessi in natura che mantengono un equilibrio stabile nonostante l'interazione tra molte specie diverse. Con questa lettura il modello descrittivo proposto da May risulta più realistico. Solo comprendendo le dinamiche che proteggono gli ecosistemi saremo in grado di non distruggerli in futuro.

Sezioni: 
Indice: 
Ecosistemi

prossimo articolo

Scongelare i cervelli, non i ghiacciai

Particolare di una formazione di ghiaccio

Matteo Motterlini nel suo ultimo saggio spiega quali sono le trappole mentali che ci spingono a non reagire di fronte ai rischi connessi alla crisi del clima. E a disinnescarle, per darci la possibilità di attivare il cambiamento iniziando dall’unico luogo in cui può essere concepito un futuro diverso: il nostro cervello. Crediti immagine: Foto di Sophia Simoes su Unsplash

Perché la crisi climatica non ci smuove? Perché continuiamo a posticipare l’inevitabile? Perché ignoriamo chi verrà dopo di noi? Perché cambiare ci costa così tanto? Perché distruggiamo il più prezioso dei beni comuni: la nostra casa, la Terra? Perché crediamo ancora nella crescita infinita, su un pianeta che ha limiti ben precisi? Perché neghiamo l’evidenza? Perché non ci fidiamo della scienza?