Pur essendo una recente branca dell'astronomia, la ricerca di pianeti extrasolari ha portato alla scoperta di centinaia di stelle con il loro harem di pianeti. Le osservazioni mostrano che questi pianeti seguono un valzer attorno alla loro stella, compiendo orbite irregolari a una distanza che è centinaia di volte maggiore di quella tra il Sole e la Terra. Ora uno studio in attesa di pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal ha mostrato che questi pianeti non si sarebbero formati da un disco di gas e polvere che ruota intorno a una stella, secondo il modello che spiega la nascita di pianeti con orbite piccole e regolari, come quelli del sistema solare. Molti degli esopianeti, invece, sarebbero stati in precedenza pianeti che fluttuavano solitari nello spazio e solo in un secondo momento sarebbero stati catturati da una stella. Gli autori dello studio, Hagai Perrets dell'Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge in Massachussets e Thijs Kouwenhoven del Kavli Institute for Astronomy and Astrophysics dell'Università di Pechino, hanno simulato al computer cosa avviene ai pianeti vagabondi quando si trovano immersi in un ammasso stellare. I risultati mostrano che una frazione compresa tra il 3 e il 6% delle stelle riesce a catturare almeno un pianeta. In effetti studi precedenti hanno mostrato che questi pianeti vagabondi, probabilmente rispediti nello spazio interstellare quando il loro Sole raggiunge la fine della sua vita e si espande in una gigante rossa, sarebbero moltissimi: tanti quanti le stelle. Anche il Sole, pur possedendo nove pianeti e un numero enorme di corpi minori, grazie alla sua massa avrebbe la capacità di catturare un pianeta che passasse nelle sue vicinanze. Sarebbe eccitante scoprire in futuro che la famiglia solare possa crescere di un nuovo cugino, magari lontano e piccolo, ma pur sempre un parente.
Nuovi esopianeti
prossimo articolo
Insetti nel piatto: oltre la barriera del disgusto

Tra norme sui novel food, pregiudizi culturali e reazioni di disgusto, gli insetti commestibili restano in Europa un cibo “impossibile”, nonostante siano una risorsa alimentare per miliardi di persone e una promessa per la sostenibilità. Un nuovo programma di ricerca italiano mostra però che informare non basta: per cambiare davvero ciò che mettiamo nel piatto bisogna agire sulle emozioni, sulle aspettative e sui modelli sociali che guidano le nostre scelte. Ce lo racconta il team che ha guidato il progetto, i risultati del quale saranno presentati in un incontro pubblico il prossimo venerdì a Milano.
La transizione ecologica passa anche dai cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma queste restano spesso intrappolate tra pregiudizi culturali e tecnicismi legislativi. In Europa, dal punto di vista normativo il confine è netto: ogni alimento privo di una storia di consumo significativo prima del 15 maggio 1997 è considerato novel food e soggetto a rigorose autorizzazioni.