Pur essendo una recente branca dell'astronomia, la ricerca di pianeti extrasolari ha portato alla scoperta di centinaia di stelle con il loro harem di pianeti. Le osservazioni mostrano che questi pianeti seguono un valzer attorno alla loro stella, compiendo orbite irregolari a una distanza che è centinaia di volte maggiore di quella tra il Sole e la Terra. Ora uno studio in attesa di pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal ha mostrato che questi pianeti non si sarebbero formati da un disco di gas e polvere che ruota intorno a una stella, secondo il modello che spiega la nascita di pianeti con orbite piccole e regolari, come quelli del sistema solare. Molti degli esopianeti, invece, sarebbero stati in precedenza pianeti che fluttuavano solitari nello spazio e solo in un secondo momento sarebbero stati catturati da una stella. Gli autori dello studio, Hagai Perrets dell'Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge in Massachussets e Thijs Kouwenhoven del Kavli Institute for Astronomy and Astrophysics dell'Università di Pechino, hanno simulato al computer cosa avviene ai pianeti vagabondi quando si trovano immersi in un ammasso stellare. I risultati mostrano che una frazione compresa tra il 3 e il 6% delle stelle riesce a catturare almeno un pianeta. In effetti studi precedenti hanno mostrato che questi pianeti vagabondi, probabilmente rispediti nello spazio interstellare quando il loro Sole raggiunge la fine della sua vita e si espande in una gigante rossa, sarebbero moltissimi: tanti quanti le stelle. Anche il Sole, pur possedendo nove pianeti e un numero enorme di corpi minori, grazie alla sua massa avrebbe la capacità di catturare un pianeta che passasse nelle sue vicinanze. Sarebbe eccitante scoprire in futuro che la famiglia solare possa crescere di un nuovo cugino, magari lontano e piccolo, ma pur sempre un parente.
Nuovi esopianeti
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Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).
Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.