E’ stato pubblicato sulla rivista Human Molecular Genetics un lavoro del gruppo di Franco Pagani, dell’ ICGEB Trieste che dimostra le potenzialità di una strategia terapeutica a base di piccoli Rna nei confronti di tre gravi malattie genetiche rare: la Fibrosi Cistica, l'Emofilia e Atrofia muscolare spinale. La ricerca finanziata da Telethon e dalla Fondazione italiana fibrosi cistica, è stata svolto in collaborazione con il team di ricerca di Mirko Pinotti all’Università di Ferrara. “Dobbiamo pensare ai nostri geni come a una sequenza di informazioni discontinua: solo una porzione del suo contenuto va effettivamente tradotta in proteina” spiega Pagani. “Quando un gene viene copiato in Rna messaggero, prima che questo faccia da stampo per la sintesi proteica alcune sue parti vengono rimosse da un macchinario cellulare specializzato: questa attività è appunto lo splicing”. Questo meccanismo deve essere molto preciso, lo spostamento anche di un solo nucleotide determinerebbe lo slittamento del modulo di lettura, e quindi la sintesi di una proteina alterata. Nel caso di malattie come la fibrosi cistica, la Sma e l’ emofilia, accade che a causa di un difetto genetico, la rimozione non avviene correttamente e si ha la produzione di una proteina difettosa. Per ripristinare un corretto splicing dei geni che risultano difettosi in queste malattie, i ricercatori hanno adoperato degli Rna chiamati U1 snRNA che una volta manipolati sono capaci di appaiarsi in modo specifico al gene bersaglio e guidare correttamente il macchinario addetto allo splicing. “Nelle cellule il sistema ha funzionato perfettamente, spiega Pinotti, e ci ha consentito di ripristinare livelli sufficienti di proteina funzionante. Nel caso dell’emofilia, i livelli di correzione raggiunti, se ottenuti nei pazienti, sarebbero abbondantemente sopra la soglia terapeutica”.
Piccoli Rna per curare malattie gravi
prossimo articolo
Morti improvvise e vaccino anti Covid: il vaccino protegge molto di più

Uno studio canadese molto solido, costruito sui registri sanitari dell’Ontario, ha preso in considerazione oltre 6 milioni di persone, usando dati già ripuliti dai fattori di confondimento. I risultati confutano l’ipotesi che la vaccinazione contro Sars-CoV-2 comporti un rischio aggiuntivo di morte improvvisa per persone apparentemente sane di età tra 12 e 50 anni. È abbastanza per mettere la parola fine alle polemiche sull’aumento di morti improvvise da vaccino: la malattia è più pericolosa.
Sono passati sei anni dall’inizio della pandemia da Sars-CoV-2 e negli ultimi cinque più di 100 milioni di dosi di vaccini sono state somministrate, in una campagna di immunizzazione mondiale che non ha precedenti per dimensioni e tempistica.
La pandemia si è esaurita, la gravità dei quadri clinici dovuta alle infezioni si è fortemente attenuata (soprattutto grazie all’immunità indotta dalle vaccinazioni) e nuovi tasselli di conoscenze scientifiche si aggiungono a quanto già acquisito in corsa.