fbpx Troppo titanio sulla Luna | Page 6 | Scienza in rete

Troppo titanio sulla Luna

Read time: 2 mins

Secondo un team di ricercatori, l'assenza di fenomeni vulcanici sulla Luna potrebbe dipendere dalla composizione chimica del magma, troppo ricco di titanio e dunque troppo pesante per affiorare in superficie.

Benché i dati sismici indichino che nel sottosuolo lunare sia presente magma fluido in gran quantità, l'ultimo episodio vulcanico sul nostro satellite risale a miliardi di anni fa. Per spiegare questa anomalia, alcuni ricercatori coordinati da Mirjam van Kan Parker e Wim van Westrenen (VU University di Amsterdam) hanno ricostruito in laboratorio il magma lunare e ne hanno misurato la densità pubblicando i risultati su Nature Geoscience. La "ricetta" della composizione del magma i ricercatori l'hanno ricavata direttamente dalla composizione delle rocce lunari riportate a Terra dalle missioni Apollo.

Una volta ricostruite le estreme condizioni dell'interno della Luna (una pressione di oltre 45 mila bar e una temperatura intorno ai 1500 gradi), hanno misurato la densità del magma utilizzando la potente radiazione X generata dall'ESRF (European Synchrotron Radiation Facility) di Grenoble. L'analisi dei risultati, combinata con simulazioni numeriche, ha permesso di scoprire che in alcuni punti del sottosuolo lunare il magma presenta una densità particolarmente elevata a causa della presenza di titanio ed è proprio questa alta densità a impedire la risalita del magma in superficie.

Secondo i ricercatori la situazione potrebbe mutare in un lontano futuro. Raffreddandosi, il magma finirebbe col cambiare la sua composizione risultando in tal modo meno denso delle rocce circostanti. A quel punto potrebbe aprirsi una strada e risalire in superficie, arricchendo nuovamente il panorama lunare con una cornice di vulcani attivi.

ESRF

Autori: 
Sezioni: 
Astronomia

prossimo articolo

Citazioni, h-index e highly cited: perché Clarivate, Scopus e Google Scholar non raccontano la stessa storia

disegno di metro su sfondo con neon

Tre database, tre misure diverse dello stesso fenomeno. Capire le differenze non è un dettaglio tecnico: è il presupposto per usare le metriche senza esserne ingannati.

Immaginate un ricercatore che deve comunicare il proprio h-index in una domanda di finanziamento. Apre Web of Science: il numero è, diciamo, 31. Apre Scopus: 38. Apre Google Scholar: 47. Tre piattaforme, tre numeri, nessuna contraddizione interna a ciascuna — eppure nessuna convergenza tra loro. Quale valore è quello “giusto”? La domanda è mal posta, e il disagio che genera è il punto di partenza di questo articolo.