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Se l'inquinamento luminoso è utile

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Come ci ricorda CieloBuio, l'associazione per la salvaguardia del firmamento notturno, "Troppa luce spegne le stelle“. Eppure, paradossalmente, le luci artificiali potrebbero aiutare nella ricerca di civiltà extraterrestri. E’ quello che propongono in un recente articolo pubblicato sulla rivista Astrobiology, i ricercatori Edwin Turner della Princeton University e Abrahm Loeb dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics.  I due studiosi presuppongono che ogni forma di vita intelligente, che si sia evoluta alla luce della stella più vicina, utilizzi l’illuminazione artificiale durante le ore di oscurità.

Nella sua orbita attorno al proprio astro, un pianeta ci apparirebbe dotato di fasi, proprio come accade con Venere. L'inquinamento luminoso prodotto dal lato-notte sarebbe visibile dalla Terra più di quanto sia la luce riflessa dal lato-giorno, permettendo l'identificazione del pianeta. Già oggi potremmo osservare la luce prodotta da una città grande come Tokyo alla distanza della Fascia di Kuiper, la regione situata tra 30 e 50 Unità Astronomiche dal Sole (1 UA = circa 150 milioni di chilometri) e occupata da Plutone, Eris e altri corpi minori. Gli strumenti ottici di nuova generazione potrebbero rendere la tecnica operativa, a meno che non si osservino oggetti come Kalgash, immaginato da Isaac Asimov nel racconto di fantascienza Notturno. Su un pianeta come questo, abitato da esseri intelligenti e illuminato da sei soli, non ci sarebbe mai la notte, rendendo di fatto questa tecnica poco efficace...

- Loeb A. & Turner E.L., 2011, arXiv:1110.6181,  "Detection Technique for Artificially-Illuminated Objects in the Outer Solar System and Beyond“
- http://arxiv.org/abs/1110.6181
- http://astrobio.net/exclusive/4321/looking-for-the-bright-city-lights-of...

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Cosa sappiamo sul crollo del Ponte Morandi, dopo la sentenza di I grado

Si è concluso ieri il processo di primo grado per accertare le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. I giudici hanno condannato i vertici di Autostrade per l’Italia, società che gestiva l’opera, e della sua controllata incaricata della manutenzione, oltre che un funzionario del Ministero dei Trasporti. La condanna sembra quindi confermare la tesi dell’accusa secondo cui a causare il disastro fu la mancata manutenzione dell’opera e in particolare dei cavi in calcestruzzo armato che ancoravano il ponte al pilone numero 9. Le armature in acciaio di quei cavi erano gravemente corrose, come già nel 1992 era stato constatato decidendo di intervenire sul pilone numero 11. Una nuova indagine del 2015 confermava lo stato di degrado. Un progetto di risanamento dell’intero ponte era stato concluso nel 2017 e approvato nel 2018, pochi mesi prima del crollo. Nell'immagine di copertina il Ponte Morandi dopo il crollo. Fonte: Alessio Sbarbaro/Wikipedia (CC BY-SA 4.0).

 

Giovedì 16 luglio, la procura di Genova ha pubblicato la sentenza del processo di primo grado per il crollo del viadotto Polcevera, anche noto come “Ponte Morandi”, un ponte strallato in calcestruzzo armato precompresso inaugurato nel 1967, lungo 1182 metri, che collegava Genova a Savona scavalcano il torrente Polcevera e alcuni quartieri di Genova situati nella valle.