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L'effetto placebo della memoria

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Il nostro cervello ha una memoria per i farmaci che, a un certo punto nella vita, si riattiva sotto forma di effetto placebo. Tale memoria, soprattutto se parliamo di antidolorifici e analgesici, può essere usata a vantaggio del paziente, inducendo gli effetti farmacologici desiderati senza tuttavia somministrare alcun farmaco.

«Questa scoperta apre uno scenario totalmente nuovo in ambito terapeutico. È un po’ quello che accade per i vaccini: si induce una memoria immunitaria che si riattiva nel corso della vita quando veniamo a contatto con un virus». Così commenta la scoperta appena pubblicata su Nature Medicine il professor Fabrizio Benedetti, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze. Oltre a lui, fanno parte del team le dottoresse Martina Amanzio e Rosalba Rosato, del Dipartimento di Psicologia di Torino, e la dottoressa Catherine Blanchard della stazione di ricerche di Plateau Rosà.

L’effetto placebo, sebbene ubiquitario in medicina, è stato studiato principalmente nell’ambito del dolore e dell’analgesia. Si tratta dell’effetto indotto dalla somministrazione di una sostanza inerte (il placebo), accompagnata dalle suggestioni evocate dalle parole del medico quando si pronuncia sulle possibilità di miglioramento clinico del paziente.

Negli ultimi anni è emerso che l’effetto placebo è dovuto al rilascio, da parte del cervello, di sostanze simili alla morfina, le cosiddette endorfine. «Nel presente lavoro dimostriamo che durante l’effetto placebo il nostro cervello produce anche sostanze simili alla cannabis (quella presente nella marijuana), i cosiddetti endocannabinoidi» spiega Benedetti. Nelle circostanze in cui il paziente crede nella terapia, ha fiducia nel medico e si aspetta un miglioramento clinico, il suo cervello rilascia sia endorfine che endocannabinoidi, sostanze che realmente diminuiscono il dolore.

Quali sostanze si attivino durante l’effetto placebo (o le endorfine o gli endocannabinoidi) dipende dai farmaci il paziente ha assunto in precedenza, dimostrando che il nostro cervello ha una memoria per i farmaci che, a un certo punto nella vita, si riattiva sotto forma di effetto placebo.

«Il prossimo obiettivo sarà capire quanto può durare tale memoria. Nei nostri esperimenti, infatti, l’abbiamo testata solo per una finestra temporale di pochi giorni» conclude Fabrizio Benedetti.

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