fbpx La lezione di Fukushima | Scienza in rete

La lezione di Fukushima

Read time: 2 mins

Pubblicato dal MIT un accurato rapporto che, analizzando il disastro innescato a Fukushima dal sisma del marzo scorso, evidenzia gli insegnamenti che si possono trarre.

Tra le scelte che andrebbero riviste, stando al team degli otto esperti del NSE (Department of Nuclear Science and Engineering) del MIT coordinati da Jacopo Buongiorno, vi sono certamente quelle riguardanti i generatori di emergenza. Per evitare quanto accaduto all'impianto di Fukushima sarà opportuno d'ora in poi prevedere la costruzione di almeno due sistemi indipendenti localizzati in due distinte strutture: una collocata in luogo elevato per evitare gli effetti di una inondazione e l'altra in luogo sotterraneo, protetta dal rischio di un impatto aereo.

Andrebbe inoltre rivista la progettazione stessa degli impianti, lasciando molto più spazio tra gli edifici che ospitano i reattori. Si eviterebbe in tal modo che l'accidentale esplosione in uno di essi possa coinvolgere anche quelli adiacenti.

Secondo Buongiorno e collaboratori, infine, andrebbe dedicata maggiore attenzione all'aspetto della comunicazione con il pubblico. Il team del MIT suggerisce a tal proposito che, nel comunicare i rilasci radioattivi, anziché impiegare le unità di misura tecniche – poco note al grande pubblico – sarebbe meglio fare riferimento ai livelli naturali di radioattività.

Potrà sembrare ovvio e banale, ma tra le raccomandazioni che emergono dallo studio del MIT leggiamo anche l'assoluta necessità di evitare regioni sismiche o località in prossimità delle coste e, nel caso di impianti già realizzati, rivedere con cura ogni misura di sicurezza. Fukushima e i suoi insegnamenti, insomma, non devono cadere nel vuoto.

MIT - MIT Report

Autori: 
Free tag: 
Nucleare

prossimo articolo

Malattie rare e farmaci orfani: è solo un problema di tempo?

mano con pillola

Tra fondi alla ricerca e iter agevolati, l’Europa sostiene da più di vent’anni lo sviluppo dei farmaci per le malattie rare. In Italia il percorso verso la rimborsabilità sembra rallentare un sistema già ben avviato

Di quando è nata Sofia ricordo soprattutto la gran confusione che si viveva in quei giorni nella mia famiglia. «Fibrosi cistica? Ne sei sicura?» chiedeva mia madre seduta vicino al telefono. All’inizio si parlò di distrofia muscolare, un’altra malattia rara che in quei momenti confusi passava da una cornetta all’altra. Fino a quando non arrivò la diagnosi definitiva e le parole «fibrosi cistica» - che fino a quel momento avevamo sentito forse qualche volta in televisione - giunsero come una certezza. Ci si chiedeva cosa sarebbe successo da quel momento: esisteva una cura?