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Il linguaggio, la scienza e la società

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L’intervento di Rino Falcone su queste pagine è relativo al disegno di legge in materia di Lingua Italiana dei Segni (LIS), richiama giustamente l’attenzione sui rischi di una approvazione parlamentare di un testo che, come conclude Falcone, “rischia di assumere...la paradossale descrizione dei limiti in cui la politica italiana sta restringendo la propria capacità di comprensione del mondo.”

Oltre a questo non impossibile rischio, le considerazioni di Falcone sollevano una riflessione che sembra opportuno tentare di esplicitare, seppure in maniera sommaria e certamente rozza. La questione è quella della relazione tra scienza e società civile non solo per gli aspetti molto più noti ed evidenti della “capacità” economica diretta di queste relazioni e, quindi, come componente essenziale per lo sviluppo, ma come dimensione e come strumento insostituibile per una qualità dello sviluppo.

Che cosa ci dice, dunque Falcone? Ci dice che dei ricercatori studiando un determinato tema - la scienza e le tecnologie della cognizione - hanno rilevato in maniera scientifica come il linguaggio non sia solo una tecnica comunicativa ma anche e soprattutto, una forma di manifestazione di emozioni, sensazioni e sentimenti.

Da qui alla necessità di alimentare strumenti quali la LIS, ovviamente non alternativi, là dove possibili, alle tecniche di recupero dell’udito, il passo è di tutta evidenza, cosi come è evidente la conseguente maggiore qualità sociale attuata attraverso quel recupero.

Quale è il significato generale di tale percorso tra scienza e società? E’ attualmente possibile evidenziare dei problemi irrisolti, affrontarli con metodo scientifico, che oggi è anche un metodo interdisciplinare e multidisciplinare, darne e verificarne una possibile soluzione, affrontarne gli aspetti attuativi.

Si dirà che tutto questo è vero ma esiste una dimensione che diventa un vincolo, che è la dimensione finanziaria. Chi ci mette i soldi necessari?

In campo militare dove la questione finanziaria esiste ma è secondaria, da tempo la programmazione del’innovazione è un dato di fatto, anzi è la metodologia normale. Ma se si intende parlare di qualità dello sviluppo sarà bene incominciare a comprendere che quella programmabilità dell’innovazione deve rispondere anche ad una domanda sociale che non sia quella della distruzione bellica e che questa “procedura” rappresenta il fondamento di una nuova e più avanzata società.

Se è possibile ridurre o eliminare l’estraniazione dei non udenti, quanti altre differenze negative, quante altre emarginazioni e alienazioni sociali sono curabili?. E forse sono eliminabili anche quelle emarginazioni che non hanno una origine fisica, ma che tuttavia, come per i non udenti, non corrispondono a delle scelte personali? Se in linea generale tutto questo è vero ma manca la dimensione finanziaria, sarebbe comunque bene poterne valutare l’entità, anche perché queste stesse valutazioni dovrebbero essere oggetto, a loro volta, di qualche analisi scientifica.

Forse è proprio dal mondo della ricerca che sarebbe necessario che partissero queste ricerche, queste proposte, queste indicazioni reali e queste provocazioni. Anche perché altrimenti questo mondo rischierebbe di diventare uno strumento di altri mondi.


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