fbpx I dubbi del Giappone | Page 9 | Scienza in rete

I dubbi del Giappone

Read time: 2 mins

Dalle dichiarazioni rilasciate lo scorso 13 luglio dal Premier giapponese è parso di capire che venisse messa in forse la scelta nucleare nipponica. Ma ancora non è chiaro se dobbiamo aspettarci scelte concrete o si tratti di una manovra politica per riacquistare consensi.

La conferenza stampa del Primo ministro giapponese Naoto Kan con la sua dichiarazione che la tragedia di Fukushima lo aveva convinto ad abbandonare l'energia nucleare per giungere infine a non avere più impianti di questo tipo non poteva certo passare inosservata. “Sono convinto – aveva dichiarato Kan – che dobbiamo puntare su una società che non dipenda per la produzione elettrica dagli impianti nucleari.”

La scelta del Giappone di rinunciare alla forma di produzione di energia che, prima di Fukushima, copriva circa il 30% del suo fabbisogno sarebbe una scelta storica. Non si sa, però, fino a che punto tale scelta sia condivisa persino all'interno della stessa compagine di governo. Alla dichiarazione di Kan, infatti, ha fatto eco quella di Kaoru Yosano, Ministro dell'economia e nuclearista convinto, che ha immediatamente sottolineato le inevitabili ricadute economiche di tale scelta. Il giorno seguente, inoltre, il Capo di Gabinetto Yukio Edano si è affrettato a chiarire che le parole del Premier andavano lette come “una speranza per il lontano futuro” e non come una scelta politica ufficiale del Governo.

Quadro molto confuso, dunque. Senza dubbio viziato anche dalla assoluta necessità di Naoto Kan e del suo esecutivo di riprendere quota nel consenso popolare.

Reuters - Kyodo News

Autori: 
Sezioni: 
Luoghi: 
Indice: 
Nucleare

prossimo articolo

Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Einstein nel 1905 e nel 1949

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.

C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».