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Anticorpi contro l'Alzheimer

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Anticorpi prodotti con l’ingegneria genetica riescono a superare la barriera ematoencefalica e a inibire in maniera massiccia la produzione di beta amiloide nel cervello, ponendo così le basi per lo sviluppo di nuove terapie contro l’Alzheimer. Sono stati i ricercatori della Genentech, società sita a San Francisco, in California a dare la notizia, riportata in questi giorni su Nature online e pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine. L’anticorpo è stato costruito in modo da legarsi a due bersagli molecolari diversi. Il primo è la beta secretasi-1, una molecola utilizzata come bersaglio da numerosi farmaci per la cura dell’Alzheimer perché ha un ruolo importante nella sintesi dell’amiloide. Il secondo è il recettore della transferrina, che attiva un canale molecolare responsabile dell’ingresso del ferro nel sistema nervoso centrale. Legandosi a questo recettore, l’anticorpo riesce a superare la barriera ematoencefalica, un ostacolo per tutte le terapie mirate al sistema nervoso centrale, e riesce a colpire la beta secretasi 1, inibendo la produzione di amiloide. A un giorno dall’iniezione di una singola dose di anticorpo, le concentrazioni cerebrali di beta amiloide in topi affetti da Alzheimer sono diminuite del 47 per cento rispetto ai valori iniziali.

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Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.

C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».