Presentata a Verona per la prima volta
la simulazione di un intervento al cervello assistito da Robocast, il
sistema robotico progettato per assistere e guidare il neurochirurgo
nel corso dell'intervento.
L'ambizioso progetto – cofinanziato
con circa 3 milioni e mezzo di euro dalla Commissione Europea – è
iniziato ufficialmente tre anni fa e ha visto la partecipazione di
numerose istituzioni italiane e internazionali. Oltre al Dipartimento
di Bioingegneria del Politecnico di Milano, il Dipartimento di
Scienze neurologiche dell'Università di Verona, l'Azienda
Ospedaliera Universitaria di Verona, l'Università di Siena e
l'azienda Cf Consulting, infatti, hanno dato il loro contributo anche
l'Imperial College di Londra, la Hebrew University di Gerusalemme, il
Dipartimento di Scienza dell'informazione dell'Università di Monaco
e l'Istituto di tecnologia di Karlsruhe.
L'obiettivo era quello di ideare un
sistema computerizzato che guidasse il neurochirurgo negli interventi
di chirurgia cerebrale poco invasiva di tipo keyhole, cioè
eseguiti attraverso un foro praticato nel cranio. Grazie a Robocast –
questo il nome del sistema robotico – il chirurgo pilota con
estrema accuratezza una sonda percependo nel contempo la sua forza di
penetrazione, condizione indispensabile per stimare il tessuto
attraversato.
Grazie al sofware di pianificazione
intelligente del sistema, il chirurgo può scegliere la traiettoria
più vantaggiosa evitando i potenziali rischi operatori.
L'accuratezza del movimento viene garantita dal sistema di controllo,
in grado di gestire errori inferiori al millimetro.
Numerose le patologie che possono
essere diagnosticate e curate grazie a Robocast. Si va dai tumori
cerebrali all'epilessia, dalla sindrome di Tourette a sindromi
funzionali quale ad esempio la cefalea a grappolo.
Un robot per la neurochirurgia
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Disforia a esordio rapido: contagio sociale o panico morale?

La disforia di genere a esordio rapido è un presunto fenomeno che alcuni ritengono sia alimentato da influenze sociali e mediatiche. Gruppi come GenerAzioneD, composti da genitori che rifiutano l’affermazione di genere dei propri figli, denunciano un’improvvisa insoddisfazione riguardo l’identità di genere nei giovani, spesso legata a dinamiche di gruppo o ai social media. Ma gli esperti sottolineano la complessità del percorso di riconoscimento del proprio genere, diversa per ogni persona.
Decine di ragazzi e ragazze che «hanno vissuto un’infanzia e un’adolescenza serene, senza sentimenti di incongruenza di genere», bambine «tutte fiocchi e lustrini», che «amavano le gonnelline, i vestitini, i capelli lunghi, giocavano con le bambole», bambini «intelligentissimi, creativi, vivaci, mai preso un trucco o una bambola in mano», improvvisamente hanno comunicato ai genitori di non riconoscersi nel genere assegnato alla nascita, dopo avere seguito online «giovani influencer trans con migliaia di follower», oppure dopo avere legato con «un gruppo di ragazze che si definivano tutte no