Accurate misurazioni del moto di precessione del nostro pianeta hanno permesso a un geofisico dell'Università di Berkeley di misurare per la prima volta l'intensità del campo magnetico del nucleo terrestre.
L'importante risultato, pubblicato qualche giorno fa su Nature, è stato ottenuto da Bruce A. Buffett, che ha accuratamente misurato le piccole variazioni del moto di precessione del nostro pianeta rispetto a quello previsto. Da questi scostamenti, infatti, è possibile risalire all'azione che il campo magnetico del nucleo terrestre più interno esercita sul guscio fluido che lo circonda e dunque all'intensità di tale campo. Per determinare queste minime variazioni nel moto di rotazione della Terra intorno al suo asse, il geofisico ha utilizzato come riferimento le emissioni radio di alcuni quasar, radiogalassie attive molto distanti.
Il valore ottenuto è di 25 Gauss, circa 50 volte più intenso del campo magnetico che si rileva sulla superficie terrestre e che permette alle nostre bussole di funzionare indicandoci il nord. Questo valore, che si colloca più o meno a metà del range finora ipotizzato dai geofisici, permetterà ai ricercatori una attendibile valutazione delle possibili fonti termiche che mantengono fluido il nucleo esterno della Terra. Un valore elevato, infatti, richiederebbe un pesante apporto termico da decadimento radioattivo, mentre per giustificare un debole campo magnetico basterebbe un apporto davvero minimo.
Il magnete al centro del mondo
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Early warning sismico: un test a posteriori sull’ultimo grande terremoto in Turchia e Siria

I sistemi di allerta sismica precoce puntano ad avvertire con secondi o decine di secondi di anticipo che è in arrivo un terremoto pericoloso. Si basano sul fatto che quando la crosta terrestre si frattura, si generano due tipi di onde. Le prime, longitudinali, solitamente non causano danni e viaggiano più velocemente delle seconde, trasversali che invece possono causare danni anche significativi agli edifici e quindi alle persone. I sistemi di allerta precoce processano il segnale delle prime onde e prevedono se e dove, nell’area circostante l’epicentro, è probabile che le seconde siano distruttive. Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo alla prova un approccio innovativo all’allerta precoce sfruttando i dati relativi alla prima delle due scosse che hanno colpito la regione tra Turchia e Siria a febbraio del 2023. Quella sequenza sismica ha causato quasi sessantamila morti, lasciando un milione e mezzo di persone senza casa. Nell’immagine: edifici crollati nella provincia turca di Hatay il 7 febbraio 2023. Credit: Hilmi Hacaloğlu/Voice of America.
Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo a punto un sistema per l’allerta sismica precoce e lo ha testato retrospettivamente sulla prima delle due scosse che hanno colpito la regione al confine tra Turchia e Siria il 6 febbraio del 2023. Considerando una soglia di intensità sismica (l’effetto del terremoto su persone e cose) moderata, il sistema si è dimostrato in grado di prevedere la zona da allertare con un anticipo che varia da 10 a 60 secondi allontanandosi dall’epicentro da 20 a 300 chilometri, con una percentuale molto contenuta di falsi allarmi.