Alcune sostanze chimiche utilizzate per rivestire contenitori per cibo o sacchetti di popcorn per forni a microonde possono finire nello stomaco e da lì nel sangue dei consumatori.
La scoperta, pubblicata da Jessica D'eon e Scott Mabury (Università di Toronto) sulle pagine di EHP, riguarda i PFCAs (perfluorinated carboxylic acids), pericolose sostanze acide individuate nel sangue di numerose persone in ogni parte del mondo. La ricerca voleva chiarire se queste sostanze potessero provenire dalla metabolizzazione dei PAPs (polyfluoroalkyl phosphate esters), prodotti chimici antiaderenti e idrorepellenti impiegati in molti prodotti quali pentole, vestiti e materiali utilizzati nel confezionamento dei cibi.
Per tre settimane i due ricercatori hanno esposto alcuni topi ai PAPs sia per via orale sia, più invasivamente, con iniezioni e hanno tenuto sotto controllo la concentrazione sia dei PAPs che dei PFCAs metabolizzati nel sangue. Il livello di sostanze rinvenuto ha permesso loro di concludere che la principale fonte di avvelenamento da PFCA deriva proprio dalla metabolizzazione dei PAPs.
Secondo i due ricercatori non è possibile stabilire se quella da loro individuata sia l'unica fonte e neppure se sia la più importante, ma quello che sottolineano è che si tratta certo di una fonte molto significativa.
Sacchetti velenosi
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A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica

Nella bella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola. Non si tratta di una COP, e nemmeno di una semiCOP, ma di un processo previsto a Belem, che vede riuniti chi ci crede e pensa a come fare. Magari partendo dall'affrontare la questione del debito dei paesi che sono ricchi solo di queste fonti e non hanno altre risorse per ripagarlo.
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica, e dunque la necessità della transizione.