Un recente studio mette in luce che esiste una relazione tra l'abitudine del cervello a vagabondare tra i suoi pensieri e la nostra sensazione di felicità o infelicità.
La ricerca, pubblicata qualche giorno fa su Science, è stata realizzata da Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert, due psicologi dell'Università di Harvard. I ricercatori hanno programmato un'applicazione per iPhone e hanno coinvolto 2250 volontari con età compresa tra 18 e 88 anni. A intervalli casuali ogni volontario veniva contattato e doveva indicare se fosse o meno felice, cosa stesse facendo e se in quel momento la sua mente fosse concentrata su ciò che stava compiendo oppure stesse divagando.
Dall'analisi delle risposte si è potuto osservare come nel 46,9% dei casi la mente degli intervistati fosse occupata in pensieri differenti da quelli che riguardavano l'attività svolta. I ricercatori hanno inoltre stimato che solamente nel 4.6% dei casi la felicità dipendeva da una specifica attività, mentre nel 10.8% dei casi un momento di felicità coincideva con la situazione di “distrazione” della mente. Lo studio degli intervalli di tempo, però, ha messo in luce che era proprio il vagabondare della mente la causa dell'infelicità e non una sua conseguenza.
Distrazione e infelicità
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A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica

Nella bella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola. Non si tratta di una COP, e nemmeno di una semiCOP, ma di un processo previsto a Belem, che vede riuniti chi ci crede e pensa a come fare. Magari partendo dall'affrontare la questione del debito dei paesi che sono ricchi solo di queste fonti e non hanno altre risorse per ripagarlo.
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica, e dunque la necessità della transizione.