Pubblicato un rigoroso modello matematico che permette ai maratoneti di calcolare il fabbisogno energetico e il passo che ciascuno può sostenere senza correre il rischio di andare in crisi.
Gli americani parlano di “hitting the wall” (traducibile come “sbattere contro il muro”), immagine molto eloquente per indicare ciò che sperimenta un maratoneta che non ha saputo dosare in modo opportuno il suo passo e l'apporto energetico prima e durante la gara.
L'organismo non riesce più a reggere la fatica e le gambe proprio non ne vogliono sapere di rispondere al comando di correre. La causa è l'esaurimento delle scorte di carboidrati e la necessità dell'organismo di accedere al deposito di grasso, scelta infelice che non solo porta una riduzione del passo di gara di circa il 30%, ma – a causa delle reazioni metaboliche che producono sempre più chetoni – aumenta incredibilmente la stanchezza e il dolore muscolare. Le statistiche dicono che interessa oltre il 40% dei maratoneti non professionisti.
Benjamin Rapoport, ricercatore del MIT (Division of Healt Sciences and Technology) e discreto maratoneta, ha pensato di affrontare matematicamente il problema. Il suo modello, pubblicato su PLoS Computational Biology, individua due fondamentali elementi fisiologici dai quali dipendono le prestazioni dei corridori su lunghe distanze: la capacità aerobica e la capacità dei muscoli delle gambe di immagazzinare carboidrati sotto forma di glicogeno (polimero del glucosio). La valutazione dei due parametri porta a determinare il passo di gara ottimale e il consumo energetico corrispondente.
Il modello, inoltre, permette al maratoneta di calcolare quanti carboidrati dovrà assumere durante la corsa nel caso intenda aumentare il suo passo di gara. L'obiettivo, ovviamente, è quello di scongiurare il rischio di “sbattere contro il muro”.
Più efficienza per i maratoneti
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Nipah, in Europa il virus non spaventa. Ma il contesto sì

Durante la pandemia di Covid-19 il film Contagion sembrò anticipare la realtà: zoonosi, risposta sanitaria globale, disinformazione. Oggi un focolaio di Nipah virus in India riporta l’attenzione su questi scenari. Il rischio per l’Europa resta basso, ma il contesto è cambiato: la cooperazione internazionale è più fragile, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità. La domanda non è se scattare l’allarme, ma come rafforzare una risposta globale efficace.
In copertina: fotografia al microscopio ottico del Nipah virus. Crediti NIAID/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 2.0
Durante la pandemia da Covid-19, il film Contagion del 2011 ebbe un picco di popolarità, perché in effetti la risposta della comunità internazionale (tra cui i CDC statunitensi erano in prima fila) alla minaccia di una pandemia aveva parecchie somiglianze con quello che stava succedendo nel mondo al di fuori dello schermo. Nel film, il virus che causava appunto il contagio era sconosciuto, proveniva dal mondo animale, più precisamente dai pipistrelli che, disturbati dalle attività umane nel loro habitat naturale, andavano a infettare dei maiali.