Se vi dovessero chiedere qual è l'animale più importante nell'influenzare l'ecosistema della savana africana non pensate ai feroci predatori o ai voraci erbivori che la popolano. Un recente studio, infatti, punta il dito sulle termiti.
Nella loro ricerca, pubblicata su PloS Biology, Robert M. Pringle (Harvard University) e i suoi collaboratori hanno analizzato l'impatto che la distribuzione delle popolazioni di termiti e delle loro costruzioni hanno nell'ecosistema della savana africana. Grazie a dettagliate osservazioni anche satellitari, i ricercatori hanno potuto dedurre che la posizione dei termitai coincide con notevoli abbondanze di piante e animali (insetti e loro predatori).
Ciascun termitaio, insomma, favorisce lo sbocciare di una densa aggregazione di flora e fauna. Complici gli elevati livelli di sostanze nutritive (fosforo e azoto), gli alberi crescono più rapidamente in prossimità del termitaio e con essi la popolazione animale. Questa abbondanza di insetti e di biomasse, poi, decresce man mano ci si allontana.
La distribuzione altamente regolare dei termitai costituisce dunque una sorta di rete di fertilità estremamente efficiente che incrementa notevolmente i livelli produttivi dell'ecosistema della savana.
Le signore della savana
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A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica

Nella bella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola. Non si tratta di una COP, e nemmeno di una semiCOP, ma di un processo previsto a Belem, che vede riuniti chi ci crede e pensa a come fare. Magari partendo dall'affrontare la questione del debito dei paesi che sono ricchi solo di queste fonti e non hanno altre risorse per ripagarlo.
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica, e dunque la necessità della transizione.