Uno studio sulle caratteristiche genetiche delle popolazioni che abitano gli altopiani del Tibet è riuscito a fornire alcune risposte sulla capacità di adattamento a un ambiente così problematico.
Sul nostro pianeta vi sono alcune regioni che, benché poste ad alta quota, sono ugualmente caratterizzate dalla presenza di insediamenti umani - oltre al Tibet basti pensare alla regione Andina e all'altopiano Etiopico. Nel corso dei secoli queste popolazioni hanno sviluppato una serie di adattamenti che permette loro di sopravvivere alle pericolose conseguenze della vita in alta quota, quali la policitemia, l'ipertensione polmonare, l'edema polmonare e cerebrale. Un gruppo di ricercatori dell'University of Utah e della Qinghai University Medical School è risuscito a individuare le basi genetiche dell'adattamento che caratterizza le popolazioni del Tibet, scoprendo che si tratta di un processo non riscontrato nelle altre popolazioni.
Nello studio, pubblicato su Science, i ricercatori suggeriscono che in questo processo di adattamento sono coinvolti almeno dieci geni, due dei quali sono strettamente associati all'emoglobina, la proteina che è deputata al trasporto dell'ossigeno nel sangue. Il passo successivo dovrà essere quello di ricostruire attraverso studi funzionali la modalità con la quale queste varianti dei geni riescono ad agire sull'emoglobina regolando i livelli di ossigeno. La comprensione del fenomeno potrebbe avere importanti ricadute sulle terapie da impiegare contro stati patologici quali l'edema polmonare.
I geni per le grandi altezze
prossimo articolo
Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.
C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».