Lo studio di un piccolo lago ad alta concentrazione salina in Antartide ha indicato la presenza di un processo chimico finora sconosciuto che porta alla formazione di ossido di azoto, un importante gas serra la cui produzione è stata direttamente associata solo a processi biologici.
Un team di ricercatori coordinati da Vladimir Samarkin (University of Georgia) ha studiato il Don Juan Pond, uno specchio d'acqua nella Dry Valley in Antartide la cui concentrazione salina è 18 volte più elevata di quella degli oceani, una caratteristica che permette al laghetto di non congelare neppure quando la temperatura scende 40 gradi sotto lo zero.
Le analisi – i risultati sono stati pubblicati su Nature Geoscience – hanno rilevato la presenza di elevate concentrazioni di ossido d'azoto, un gas che solitamente viene prodotto a seguito di attività microbica. Nel caso del Don Juan Pond, però, all'origine vi sarebbero unicamente reazioni chimiche.
La scoperta, come sottolineano gli stessi ricercatori, potrebbe interessare molto gli astrobiologi. La stretta somiglianza tra il gelido panorama Antartico e le desolate distese di Marte, infatti, potrebbe offrire un ottimo scenario per verificare le tecniche più adatte all'identificazione dell'attività microbica sul Pianeta rosso.
Gas serra dal lago antartico
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Biliardini nella Striscia di Gaza

Durante la Guerra civile spagnola, Alejandro Campos Ramírez, combattente per la Repubblica, pensò che il biliardino avrebbe potuto aiutare i tanti bambini che avevano perso le gambe a continuare a giocare a calcio. L’impatto delle amputazioni causate dai conflitti è drammatico e richiede risorse tecnologiche e disponibilità di personale difficili da trovare. La Striscia di Gaza è il territorio con il più alto numero di bambini e bambine amputati. Ma nessuno pensa ai biliardini.
L'assistenza specialistica in contesti di crisi umanitaria è difficile da garantire e molto impegnativa. Ostacoli nell'accesso alle cure possono persistere per molto tempo. La situazione nella Striscia di Gaza è esemplare a tale proposito: dal 2006, il blocco israeliano limita gli spostamenti all’interno e attraverso i punti di ingresso, spingendo il sistema sanitario locale al collasso per la carenza di farmaci essenziali, di attrezzature e di personale sanitario, negando spesso ai pazienti i permessi necessari per cercare cure salvavita all'estero.