Un gruppo di ricercatori guidati da Piero Sozzani (Università di Milano-Bicocca) ha scoperto l'esistenza dei rotori molecolari anche in particolari materiali solidi. Le applicazioni della scoperta, pubblicata su Angewandte Chemie, possono spaziare dall'ambito medico a quello ambientale.
La struttura del materiale – realizzato dal team di Sozzani con silicio, carbonio e ossigeno – richiama quella dei nidi d'ape. Le pareti dei canali, però, sono composte da unità molecolari che ruotano a elevatissima velocità (anche miliardi di volte al secondo). Un effetto assolutamente unico è che la velocità di rotazione può essere regolata mediante opportuni stimoli chimici o l'interazione con radiofrequenze.
In ambito medico il materiale potrebbe essere utilizzato per il rilascio di farmaci in nano medicina. La possibilità di “pilotare” i rotori molecolari, infatti, permetterebbe il rilascio del farmaco proprio quando le nanoparticelle del materiale hanno raggiunto il tessuto da trattare. Notevoli anche gli sbocchi in ambito ambientale. Sensibilizzando i rotori molecolari a un particolare gas tossico, in sua presenza verrebbe emesso un segnale rilevabile con le radiofrequenze in grado di fare scattare l'allarme. L'elevatissima area superficiale che caratterizza il materiale e l'elevato numero di canali liberi, infine, potrebbe renderlo un ottimo strumento per lo stoccaggio di gas a pressione ridotte.
Nano soldati per medicina e ambiente
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Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.
C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».