Ci hanno sempre detto che l'ossigeno è indispensabile per la vita – almeno per quella che si è sviluppata sul nostro Pianeta – ma forse l'affermazione va un po' aggiustata. Un team di ricercatori, infatti, ha scoperto in fondo al Mediterraneo un organismo multicellulare che prospera in completa assenza di ossigeno.
L'obiettivo di Roberto Danovaro, direttore del Dipartimento di scienze del mare presso l'Università Politecnica delle Marche, e dei suoi collaboratori era quello di studiare i cosiddetti DHABs (deep hypersaline anoxic basins) nelle profondità del Mediterraneo alla ricerca di tracce di vita. Con loro stupore si sono imbattuti in organismi multicellulari appartenenti al gruppo dei Loriciferi che, nonostante la mancanza di ossigeno, sono metabolicamente attivi e apparentemente in grado di riprodursi.
“Si pensava che ambienti così estremi fossero abitati solo da virus, batteri e archei – ha dichiarato Danovaro – e che i corpi degli esseri multicellulari trovati in passato fossero sprofondati dagli strati marini superiori ricchi di ossigeno. I nostri risultati indicano che gli organismi che abbiamo scoperto sono vivi. Alcuni di essi, infatti, contengono uova.”
La scoperta è stata pubblicata su BMC Biology.
La vita senza ossigeno
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A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica

Nella bella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola. Non si tratta di una COP, e nemmeno di una semiCOP, ma di un processo previsto a Belem, che vede riuniti chi ci crede e pensa a come fare. Magari partendo dall'affrontare la questione del debito dei paesi che sono ricchi solo di queste fonti e non hanno altre risorse per ripagarlo.
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica, e dunque la necessità della transizione.