fbpx Marte: dune in marcia | Page 4 | Scienza in rete

Marte: dune in marcia

Read time: 2 mins

Da quando Mars Reconnaissance Orbiter ha iniziato a fotografare Marte con la sua incredibile fotocamera possiamo cogliere dettagli della superficie del Pianeta rosso dell'ordine di un metro. Una precisione che ha permesso di scoprire che le dune marziane, sospinte dal vento, si spostano.

La scoperta, opera del team di Simone Silvestro (IRSPS - Scuola Internazionale di Scienze Planetarie - Università G. d'Annunzio), è stata presentata alla Lunar and Planetary Science Conference tenutasi nei giorni scorsi a Houston e si basa proprio sulle dettagliate immagini della fotocamera HiRISE (High Resolution Imaging Science Experiment). Confrontando le riprese di una distesa di dune scure nella regione Nili Patera - emisfero settentrionale di Marte - catturate il 13 ottobre 2007 e il 30 giugno dello stesso anno, Silvestro e colleghi hanno potuto chiaramente individuare una migrazione di un paio di metri, il maggior movimento mai osservato finora nelle increspature delle dune.

Non tutte le dune di Marte, però, si spostano. Sempre nella Convention di Houston, infatti, Matthew Golombek (Jet Propulsion Laboratory) ha presentato le indagini del suo team riguardanti Meridiani Planum, la regione nell'emisfero sud di Marte teatro delle scorribande del rover Opportunity. Impiegando sia le immagini di HiRISE che quelle del rover, i planetologi sono giunti alla conclusione che da quelle parti le dune sono immobili da almeno 100 mila anni. Anche da quelle parti, però, il vento soffia come al nord, pertanto la causa dell'immobilità delle dune potrebbe dipendere da uno strato di minuscoli ciottoli grandi un paio di millimetri - al JPL li hanno chiamati "mirtilli" - che le ricopre. Una sorta di scudo che, proteggendo lo strato sabbioso sottostante, rende le dune resistenti all'azione del vento.

NASA JPL
IRSPS

Autori: 
Sezioni: 
Astronomia

prossimo articolo

L’essenzialità dell’inutile

fogli accartocciati e lampadina accesa

Perché il nostro organismo produce miliardi di anticorpi apparentemente inutili? Per prepararsi a minacce che ancora non conosce. Da questa considerazione biologica, Roberto Sitia propone una riflessione sul valore della cultura, della ricerca e del sapere “senza applicazione immediata”. In un’epoca dominata dall’utilità e dal profitto rapido, investire in conoscenza significa costruire le difese del futuro: perché le crisi più decisive sono spesso quelle che non sappiamo ancora immaginare.

Stupisce i non addetti ai lavori scoprire che la maggioranza degli anticorpi che produciamo siano diretti contro sostanze non presenti in natura.
«Come è possibile tale spreco? Interrompiamolo immediatamente!», potrebbe pensare un politico alla ricerca di investimenti con un immediato ritorno. Il politico dimentica che l’evoluzione è tutt’altro che sprecona, e seleziona in base a rigorosissime analisi di costo-beneficio. Quindi, produrre migliaia di miliardi di anticorpi diversi - anche se apparentemente inutili - è un investimento che paga.