Delusi perchè i vostri tentativi nella corsa di resistenza non danno i risultati sperati? Non buttatevi a terra: probabilmente la colpa non è dell’allenamento, ma di natura genetica. Questo almeno sembrerebbe il risultato emerso da uno studio appena pubblicato su Physiological Genomics.
Un team di ricercatori ha esaminato 155 atleti di livello nazionale e internazionale suddivisi in due gruppi: quelli specializzati in gare di velocità (100-200 metri e salto in lungo) e quelli dediti a gare di resistenza (maratona e 10 mila). I due gruppi di atleti, inoltre, sono stati ulteriormente differenziati in base alla qualità delle loro prestazioni. Lo studio, poi, prevedeva un gruppo di controllo costituito da 240 individui sani non dediti ad attività di atletica.
Dalla ricerca è emerso che gli atleti delle gare di resistenza appartenenti alla fascia dei migliori presentano più frequentemente degli sprinter una variazione del gene NRF2. Anche per i maratoneti di livello più modesto la situazione è molto simile, benché le differenze con gli sprinter non siano così pronunciate come per gli atleti d’élite.
Lo studio, comunque, non stabilisce un legame causa-effetto tra la variazione del gene e la capacità di resistenza, ma un semplice legame statistico. Per scoprire esattamente il ruolo del gene NRF2 nelle prestazioni di resistenza, insomma, sarà necessario un supplemento di indagine.
Physiological Genomics - ScienceDaily
I geni della resisteza
Autori:
Genetica
prossimo articolo
Citazioni, h-index e highly cited: perché Clarivate, Scopus e Google Scholar non raccontano la stessa storia
Immaginate un ricercatore che deve comunicare il proprio h-index in una domanda di finanziamento. Apre Web of Science: il numero è, diciamo, 31. Apre Scopus: 38. Apre Google Scholar: 47. Tre piattaforme, tre numeri, nessuna contraddizione interna a ciascuna — eppure nessuna convergenza tra loro. Quale valore è quello “giusto”? La domanda è mal posta, e il disagio che genera è il punto di partenza di questo articolo.
