Cervello e bellezza. Intervista a Semir Zeki

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Astrociti dell'ippocampo. Santiago Ramón y Cajal (1852-1934)

Nel 1909 ne Lo spirituale nell'arte Kandinskij scrive che «Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull'Anima. Il colore è il tasto. L'occhio è il martelletto. L'Anima è un pianoforte con molte corde. L'artista è la mano che con questo o quel tasto porta l'anima a vibrare.» Non a caso molte delle opere della fase più matura dell'artista sono titolate Composizione o – ancor più esplicitamente - Ouverture musicale. Negli stessi anni - siamo nel 1907 – Picasso dipinge Les Demoiselles d'Avignon, dove afferma il valore della scomposizione come esperienza artistica: la nostra mente sa ricomporre spontaneamente il segno, elaborare un'immagine di ciò che gli occhi vedono, anche se le angolazioni, la visuale, proposte dall'artista sono molteplici e in apparente contraddizione. Qualche anno dopo, nel 1929, Paul Klee dipinge Strada principale e strade secondarie, dove i protagonisti sono la linea e il colore, scelti come strumenti per innescare la libertà associativa di chi osserva.

Da sempre l'arte si è interrogata con diversi esiti su se stessa, sul suo ruolo, sulla sua origine e sui suoi fondamenti, con un' “accelerazione” a partire dalla fine dell'Ottocento, come conseguenza di quella tensione avanguardistica che ha pervaso tutti i campi del sapere, da quello scientifico a quello filosofico e letterario. Ma sebbene alcuni abbiano teorizzato il contrario, il Novecento è stato anche il secolo che ha cercato di fare sintesi fra le diverse branche del sapere, proponendo di indagare la mente e la percezione anche con il metodo scientifico. Uno di questi tentativi – non sempre accolti di buon grado da tutti gli studiosi dell'esperienza estetica - è rappresentato dalla neuroestetica, disciplina fondata nel 1994 dal neurobiologo Semir Zeki, docente all’University College London, che indaga i meccanismi coinvolti nell'esperienza estetica attraverso lo studio delle scienze cognitive, cioè cercando di capire che cosa si mette in moto nel nostro cervello durante tutta quella serie di risonanze che siamo soliti chiamare “bellezza” (o “bruttezza”).

Nei giorni scorsi Semir Zeki è stato ospite al Welcome Day della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Per l'occasione Scienza in Rete lo ha intervistato.

Anzitutto la definizione: quali sono i confini entro cui si muove la neuroestetica?

Una precisazione è d'obbligo. La neuroestetica nasce per capire qualcosa di più su come funziona il cervello, non per dire che cosa sia la bellezza, che è un’esperienza astratta, non dimentichiamolo. La neurobiologia permette di indagare i meccanismi cerebrali responsabili di ciò che proviamo osservando uno splendido quadro, ascoltando una musica appassionante o anche in situazioni più raffinate, come succede ai matematici, davanti al piacere estetico di formule e teoremi.

Come ricercatori in neurobiologia non possiamo definire la bellezza, poiché essa non è qualcosa che si possa formalizzare facendo degli esperimenti e osservandone i risultati, come il metodo scientifico richiede. Tuttavia, possiamo porci una semplice domanda: quali sono i meccanismi neurali che sono coinvolti nell’esperienza della bellezza. Così facendo si aprono nuovi orizzonti nella comprensione dei meccanismi neuronali implicati in un’esperienza che ha un’enorme importanza per gli esseri umani. Per noi, è questo l’importante. Allo stesso tempo, però non si può escludere che i risultati che otteniamo ci dicano anche qualcosa sulla bellezza, per chi ha orecchi per sentire...

Può fare un esempio?

Ci si interroga da più di duemila anni su cosa unisca le diverse esperienze legate alla bellezza. Anche solo dieci anni fa si avanzavano le teorie più disparate. Alcune tra queste sostenevano un coinvolgimento dell’intero cervello, altre associavano all’emozione estetica aree diverse, altre ancora parlavano della bellezza come una questione scientificamente non affrontabile. Nessuna è risultata esatta. La bellezza si accompagna sempre all’attività neurale di una specifica parte del cervello deputato all’elaborazione delle emozioni che si chiama field A1 ed è situata nella corteccia orbito frontale mediale (mOFC). Questa attività è anche quantificabile. Più intensa è l’esperienza del bello, più intensa sarà l’attività registrata nell’mOFC.

Ma se “la neuroestetica esiste per capire qualcosa di più su come funziona il cervello, non per dire cosa sia la bellezza, che è un’esperienza astratta”, perché secondo lei chi si occupa di bellezza non dovrebbe escludere i risultati delle neuroscienze?

Quando si esamina come diverse branche del sapere affrontano la stessa domanda “Cos’è che identifichiamo come 'bello'?”, spesso ci si accorge che gli obiettivi e le domande sono simili, solo che ciascuno li affronta dalla propria prospettiva e con i propri metodi di indagine. Io penso che dovremmo tutti fare uno sforzo per integrare i diversi approcci. E questo vale anche per l’estetica. Dovremmo integrare lo studio sulla bellezza estetica e quello sulla bellezza biologica.

La domanda è d'obbligo: non vi è il rischio di cadere in una forma di riduzionismo?

Onestamente non ho mai capito perché le persone attaccano il riduzionismo nelle neuroscienze e non in altri settori, per esempio nella fisica. Pensiamo per esempio a Mondrian, l'artista. Mondrian si è chiesto quali fossero i costituenti essenziali di tutte le forme, e la sua risposta è stata: le linee verticali e orizzontali. Negli ultimi decenni i fisiologi si sono posti le stesse questioni, scoprendo che, effettivamente, le linee diritte sono gli elementi base per la costruzione delle forme nel nostro cervello. Eppure nessuno ha osato tacciare Mondrian di riduzionismo! (ride). Penso che il problema sia che le persone sono tendenzialmente spaventate dalle neuroscienze, specie per la convinzione che noi neuroscienziati partiamo dal presupposto di appiattire in qualche modo la soggettività dell'individuo, fondamentale nell'esperienza artistica. In realtà non è così, ma questa purtroppo è la convinzione comune.

Ci spieghi meglio. Perché è importante la soggettività per il neuroscienziato?

Iniziamo col chiederci da dove viene il termine soggettività. Se guardiamo un viso ritratto, per esempio, percepiamo che è un viso normale, ma se lo guardiamo da diverse angolazioni la nostra percezione della bellezza dell'opera diverge. Al contrario, in riferimento alla percezione dei colori i cervelli di diverse persone funzionano in maniera molto simile. Io penso che un passo importante per i neuroesteti sia ridefinire che cos'è la soggettività, ricentrando la domanda alla luce delle similitudini che scopriamo giorno dopo giorno a livello biologico. Trovo che questo sia un enorme contributo che possiamo dare, e piano piano stiamo lavorando anche in questa direzione.

L'arte però non è solo pittura, scultura, paesaggio, ma anche testo scritto, basti pensare alla poesia. In questo ambito il giudizio estetico coinvolge un altro elemento di complessità, che è il linguaggio.

Verissimo. Non abbiamo ancora studiato la questione della bellezza linguistica. Certo, è una questione importante e interessante che incontriamo ogni giorno. Io stesso leggendo l'Otello penso ogni volta “Wow. Come ha fatto un essere umano a scrivere una cosa così bella?” In realtà devo ammettere che al momento non sappiamo rispondere a questa domanda e sospetto che ci vorrà ancora diverso tempo per avere qualche risposta in tal senso.

In diverse occasioni invece lei fa riferimento all'aspetto “morale” dell'esperienza della bellezza. Come la neuroestetica affronta questo aspetto?

Si tratta di un punto indagato da grossa parte della filosofia moderna, basti pensare a Kant, e soprattutto contemporanea, come il pensiero di George Edward Moore. La domanda cruciale per noi è qual è la relazione a livello neuronale fra moralità e bellezza visiva. È una quesitone difficilissima a cui rispondere, anche perché sappiamo bene che la bellezza, artistica o letteraria o musicale, molto banalmente non rende automaticamente le persone migliori. Leggere l'Otello o ascoltare Beethoven non fanno necessariamente scattare una spinta morale al miglioramento di sé e del proprio agire. L'unica cosa che possiamo dire al momento è che l'empatia è la base della moralità, e l'empatia è qualcosa forse più semplice da indagare neurologicamente rispetto alla moralità come concetto.

Cosa ci può dire la neuroestetica sulle emozioni generate dalla musica? 

Quello che posso dire a riguardo è che la musica non è qualcosa di già costruito nel nostro cervello, come invece lo sono i colori, che sono onde elettromagnetiche. Abbiamo insito il concetto di armonia, ma la musica è qualcosa di non innato, e il suo godimento non implica una conoscenza della musica. In breve, non serve conoscere il libretto delle opere di Wagner, per goderne. In questo senso ho sempre pensato che la musica è qualcosa di molto più antico del linguaggio e mette in moto aspetti emozionali molto forti, che possiamo in qualche modo indagare neurologicamente. Basti pensare per esempio all'innamoramento: abbiamo osservato che nella persona innamorata non si attiva la corteccia pre-frontale, che dovrebbe essere implicata nel giudizio della persona amata. Siamo abituati a pensare che la scienza riguardi il mondo della conoscenza, e l'arte e l'amore quello del piacere, ma non è così: c'è molta logica nella genesi delle emozioni.

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L'illustrazione "The Fin de Siècle Newspaper Proprietor" di Frederick Burr Opper, pubblicata nel 1894 sul magazine Puck. Credit: Library of Congress. Licenza: Public Domain.

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