Roberta Villa
La difficoltà di prelevare i neuroni malati per poterli studiare da oggi si può superare ricreando le cellule in laboratorio, con le caratteristiche specifiche di quella malattia e di quel singolo paziente. Basta prelevare dei fibroblasti dalla cute e riprogrammarli a diventare cellule staminali pluripotenti. La sigla che le contraddistingue, iPS cells (induced pluripotent stem cells) domina il palcoscenico della scienza da quando nel 2006 due ricercatori giapponesi, Kazutoshi Takahashi e Shinya Yamanaka, riuscirono a produrle introducendo quattro specifici fattori di trascrizione genetica in fibroblasti di topo: da allora è stata una corsa a riprodurre l’esperimento, prima su generiche cellule umane, poi direttamente su quelle di portatori di particolari malattie.
Qualche mese fa un gruppo di ricercatori statunitensi che fanno capo all’Università di Harvard sono riusciti a indurre, da una donna ultraottantenne, portatrice da anni di una forma familiare di sclerosi laterale amiotrofica (SLA), cellule staminali pluripotenti e a farle differenziare in neuroni.
Oggi un altro gruppo statunitense, dell’Università del Wisconsin, ha riprodotto il medesimo esperimento su un bambino affetto da atrofia muscolare spinale e sulla madre sana.
Le cellule staminali pluripotenti indotte in entrambi i casi si sono differenziate a produrre motoneuroni, che hanno mostrato le stesse caratteristiche, normali o patologiche, del soggetto da cui provenivano i loro precursori.
«La scoperta è importantissima» ha commentato Michael Sendtner dalle pagine di Nature, «perché offre uno strumento di incalcolabile valore per lo studio di questa malattia che è tra le più comuni neuropatie ereditarie letali nell’infanzia. E’ una patologia complessa, che si presenta in forme di diversa gravità a seconda del numero di copie del gene mutato presenti nel genoma, da cui dipende la quantità della corrispondente proteina (chiamata in sigla SMN)».
Finora le ricerche in questa direzione erano state ostacolate dal fatto che non esiste un modello animale valido per questa condizione e il lavoro in vitro trovava una barriera apparentemente insuperabile nella scarsa accessibilità dei motoneuroni spinali.
«Lo studio di Allison Ebert invece apre nuove prospettive: prima di tutto per capire come si sviluppa la malattia, anche in relazione all’intervento di altre cellule che interagiscono con i motoneuroni, in particolare astrociti e altre cellule gliali, ma anche per sperimentare la possibile risposta di un singolo malato a una determinata terapia». Nel caso riportato dal lavoro, per esempio, è stata testata in vitro l’efficacia di acido valproico e tobramicina: entrambe le sostanze hanno aumentato l’espressione della proteina mancante nelle cellule derivate dal bambino mentre non hanno prodotto alcun effetto in quelle di origine materna.
«Ma la vera speranza» commenta John Dimos, il ricercatore dell’Harvard Stem Cell Institute che ha coordinato lo studio sulla SLA, «è che da queste metodiche possa un giorno emergere la possibilità di un trattamento più definitivo, basato sul reimpianto autologo di queste cellule, riprogrammate a compiere al meglio il loro lavoro».
