fbpx Buchi neri di mezza taglia | Scienza in rete

Buchi neri di mezza taglia

Read time: 2 mins

Da anni gli astronomi possiedono prove più che sufficienti dell'esistenza sia dei buchi neri supermassicci nascosti al centro delle galassie che di quelli di piccola massa di origine stellare. Ci sono invece grosse difficoltà a ottenere indizi conclusivi sui buchi neri di taglia intermedia, la cui massa spazia da un centinaio a diecimila volte quella del nostro Sole.

La lunga caccia, però, forse sta prendendo una piega favorevole. Sul numero di ottobre di The Astrophysical Journal, infatti, Tod Strohmayer (Goddard Space Flight Center) e Richard Mushotzky (University of Maryland) riportano le loro osservazioni di NGC 5408 X-1, una intensa sorgente di radiazione X appartenente alla galassia NGC 5408, e concludono che si possa trattare di un buco nero con massa compresa tra 1000 e 9000 masse solari.

Utilizzando XMM-Newton, l'osservatorio orbitante dell'ESA per la radiazione X, i due ricercatori hanno scoperto che l'emissione di quella sorgente presenta una sorta di periodico sfarfallio. Per Strohmayer e Mushotzky queste variazioni sono da imputare allo stesso meccanismo osservato per buchi neri di massa stellare, cioè all'accumulo di gas sottratto a una stella compagna e alla sua ineluttabile caduta verso il buco nero, solo che in questo caso la massa del buco nero è più elevata.

Sul numero di dicembre della stessa rivista verrà inoltre pubblicato un ulteriore studio di Strohmayer che, grazie all'impiego dell'osservatorio spaziale Swift, ha potuto determinare che le variazioni di intensità di NGC 5408 X-1 si susseguono regolarmente ogni 115,5 giorni. Per l'astronomo sarebbe proprio questo il periodo orbitale della stella gigante o supergigante compagna di X-1 che continuamente sfama la voracità del buco nero.

Fonti: NASA, APJ 1, APJ 2

 

Autori: 
Sezioni: 
Astrofisica

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.