fbpx La revisione in cieco per aiutare la ricerca | Scienza in rete

La revisione in cieco per aiutare la ricerca

Read time: 2 mins

Molti ricercatori da tempo sono preoccupati che i manoscritti inviati per la pubblicazione non vengono giudicati per la qualità dello studio lavoro ma per il curriculum dell'autore.
Ma  qualcosa sta per cambiare. Nel tentativo di incrementare la correttezza nei processi di revisione, alcune riviste sono pronte a sperimentare l'idea del “blinding reviewers” , ovvero tenere nascosta ai revisori l'identità degli autori.
Un articolo sul Conservation Biology rivela che il gruppo editoriale della rivista sta valutando la possibilità di cambiare il processo di revisione innestando la valutazione a “doppio ceco” .
Mark Burgman, editor chief della rivista spiega che questa ipotesi trova un “sostegno shiacciante”,  soprattutto tra i giovani scienziati. Tra questi c’è Emily Tesoro, ricercatrice presso la University of North Carolina. Secondo Tesoro, molte volte le donne sono discriminate nel processo di revisione. “A parità di curriculum gli uomini sono sempre avvantaggiati”, afferma Tesoro.

Non è un procedimento del tutto nuovo nel campo dell’editoria scientifica. Dal giugno 2013, Nature Geoscience e Nature Climate Change offrono agli autori la possibilità di scegliere il “doppio ceco” prima di sottomettere uno lavoro.
“Nel mondo della scienza c’è una preoccupazione diffusa nei confronti dei revisori”, afferma Philip Campbell, l'editor-chief di Nature. Campbell sottolinea però che è troppo presto per capire se questo tipo di processo di revisione può migliorare il sistema.
I dati dicono che a dicembre 2013 solo il 15% degli autori che ha sottomesso lavori a Nature Geoscience ha scelto il doppio cieco e circa il 22% per quelli destinati a Nature Climate Change. Da parte del gruppo Nature non è all’orizzonte rendere il “doppio ceco” obbligatorio.
“Il doppio ceco potrebbe rendere il processo di revisione un po’ scientifico, rimuovere qualsiasi elemento di discriminazione può essere una buona cosa, afferma Alastair Brown editor di Nature.

Autori: 
Peer review

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.