fbpx Il microbioma umano si studia sul cellulare | Scienza in rete

Il microbioma umano si studia sul cellulare

Read time: 2 mins

Il cellulare come specchio del nostro corpo. Non si tratta di una nuova campagna per uno smartphone di ultima generazione  ma di una ricerca dell’Università dell’Oregon pubblicata sulla rivista open-acess PeerJ.

In media ogni proprietario tocca il proprio cellulare 150 volte al giorno, facilitando così il passaggio dei batteri. Secondo lo studio, i telefonini riflettono con una straordinaria precisione il microbioma personale. 
I batteri, virus e funghi che colonizzano il corpo umano influenzano la digestione, il metabolismo e possono giocare un ruolo nello sviluppo dell’obesità, diabete e altre malattie. Un ruolo coì importante che il governo statunitense sta sviluppando The Human Microbiome Project con lo scopo di identificare e caratterizzare, anche dal punto di vista genetico, i nostri minuscoli inquilini e il loro rapporto con il nostro stato di salute e malattia.
Un apporto a questo progetto potrà arrivare proprio dai risultati ottenuti dall’équipe James Meadow che ha campionato il microbioma di 17 persone dal loro indice, dal loro pollice e dal loro smartphone. I ricercatori hanno scoperto che l’82% dei batteri più comuni sulla dita dei partecipanti allo studio si trovava anche sui loro telefoni. Sono stati riscontrati 7 mila diversi tipi di batteri in 51 campioni, fra i batteri più comunemente presenti sia sui telefoni sia sulle mani appartengono ai tre gruppi Streptococco, Stafilococco e Corynebacterium. 
È interessante notare anche una differenza di genere: la percentuale è un po' più elevata nelle donne che negli uomini.
“Il campione esaminato nella ricerca è ridotto, i risultati sono però rivelatori. L'obiettivo finale di questo esperimento è quello di vedere la possibilità di utilizzare gli effetti personali in modo non invasivo per monitorare la salute”, ha spiegato Meadow.  
Secondo i ricercatori dato che i cellulari sono ovunque e in contatto diretto con gran parte dell'ambiente di una persona, in futuro potranno essere utilizzati anche come strumenti preziosi per valutare l’esposizione alle minacce biologiche o a fonti insolite di microbi.

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Microbiologia

prossimo articolo

Thomas Morgan, quando il gene diventa misurabile

elaborazione grafica con foto di Thomas Morgan e Drosophila

Con le ricerche di Thomas Morgan, all’inizio del Novecento, il gene cessa di essere un’entità teorica e diventa una realtà sperimentale: localizzato sui cromosomi, ordinabile in mappe, soggetto a ricombinazione e mutazione. La pubblicazione del suo "The Theory of the Gene" (1926) ha sancito la nascita della genetica causale e quantitativa, che collega ereditarietà, evoluzione e citologia e apre la strada alla genomica e alla medicina genetica.

La genetica causale nasceva cent'anni fa, quando Thomas Hunt Morgan (1866-1945) tirava le somme di oltre venti anni di studi sperimentali su Drosophila melanogaster. Pubblicato a febbraio, The Theory of the Gene (Yale University Press, New Haven, 1926) fu uno spartiacque nella storia della biologia. “Teoria”, non il concetto del gene, che c’era già almeno come unità di trasmissione, né “che cosa è un gene?”, che non si sa nemmeno oggi.