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Messaggi di testo, un'abitudine che dà dipendenza

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Meglio fare attenzione al tempo speso a maneggiare applicazioni per dispositivi mobili, soprattutto se si hanno problemi di ansia sociale. 
Il rischio, infatti, è quello di cadere in una effettiva dipendenza dai messaggi di testo, sia pratica che psicologica, compromettendo la capacità di strutturare relazioni sociali vere, al di fuori delle interazioni online, in modo più costruttiva.
A confermare un sospetto legato alla diffusione di strumenti come WhatsApp è uno studio pubblicato su The Social Science Journal, frutto dela lavoro del team di ricerca guidato da Abdullah Sultan, esperto di comportamento e dinamiche dei consumatori presso l’università del Kuwait. Esaminando 552 soggetti fruitori di popolari e diffuse app su mobile per la messaggistica, su più del 30% del campione è stato rilevato un dato preoccupante: in solo un'ora l'uso di programmi per produrre e inviare instant messaging, è stato registrato in 12 (o anche più) momenti, un comportamento questo che può riferirsi a un bisogno di socializzazione, altre che alla sola utilità pratica di comunicare in tempo reale o cercare svago e informazioni attraverso i canali multimediali. Inoltre, più della metà degli intervistati già si dichiara apertamente 'dipendente' dalle app, o non esclude a priori l'ipotesi di avere questa forma di dipendenza.

Sono due i tratti comportamentali analizzati dai ricercatori, ovvero estroversione ed ansia sociale, misurati attraverso un test sottoposto agli studenti universitari che hanno partecipato all'indagine. A queste si aggiungono le informazioni inerenti l'utilizzo degli strumenti e la personale percezione dei propri comportamenti in merito. I due comportamenti sono complementari, facilitando così la forma di dipendenza: l'estroversione favorisce l'uso delle applicazioni, mentre forme di ansia sociale mediano e veicolano la scelta delle tecnologia come 'scorciatoia' per rafforzare i rapporti sociali

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Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali.