Lo scorso
ottobre l’European Medicines Agency (EMA) ha lanciato una consultazione pubblica
su un documento per la revisione delle linee
guida per lo studio di farmaci per il trattamento della malattia diAlzheimer e
delle demenze.
Come già
successo in passato su iniziativa di PartecipaSalute
un gruppo di professionisti si è confrontato e ha partecipato alla
consultazione pubblica inviando una nota all’EMA dove vengono sottolineati
alcuni punti critici.
Due sono i punti critici oggetto di discussione e attenzione all’interno del
gruppo. Il primo la tendenza a modificare, abbassandole, le soglie per arrivare
alla diagnosi di una malattia offrendo il fianco all’aumento di soggetti malati
a fronte, come nel caso Alzheimer, di una attuale incapacità ad avere farmaci
efficaci a cambiare il decorso della malattia. Il secondo, la scelta di cosa
misurare per valutare l’esito di una terapia con farmaci, cercando esiti che
siano clinicamente significativi, e validi, per il paziente. Su questo ultimo
punto si è concentrato il commento del gruppo di lavoro.
Purtroppo, per ragioni diverse, il tempo per l’organizzazione della risposta è
stato molto compresso e così non è stato possibile un vero e proprio
coinvolgimento dei cittadini e dei rappresentanti delle associazioni di
famigliari e pazienti. Ora che il documento viene pubblicato, speriamo che in
diversi vogliano lasciare un messaggio attraverso il sito di PartecipaSalute e
vogliano comunque sottoscrivere i contenuti del documento presentato.
Il
documento di risposta è stato curato da Nicola
Vanacore e rivisto e condiviso da tutti i firmatari. L’opinione di tutti i
firmatari non necessariamente riflette la posizione ufficiale delle Istituzioni
cui i firmatari appartengono.
Il testo integrale
inviato tradotto in italiano
Dal punto di vista della
salute pubblica, si deve sottolineare la differenza tra i criteri da utilizzare
in ricerca (1-3) e nuovi criteri diagnostici (4,5). Tutti i criteri di cui
sopra devono essere pienamente validati.
In considerazione di
questa situazione di incertezza, le raccomandazioni del National Institute on
Aging-Alzheimer, un gruppo di lavoro sugli orientamenti diagnostici per la
malattia di Alzheimer, ha dichiarato: "Nelle persone che soddisfano i
principali criteri clinici per la probabile malattia di Alzheimer, la presenza
di biomarcatori può aumentare la certezza che la base della sindrome di demenza
clinica sia un processo fisiopatologico. Tuttavia, noi oggi non sosteniamo
l'uso di routine di biomarcatori per la malattia di Alzheimer a fini
diagnostici. Ci sono diverse ragioni per limitarne l’utilizzo:
1. i criteri clinici di base forniscono
un'ottima accuratezza diagnostica nella maggior parte dei pazienti,
2. più ricerca deve essere fatta per
garantire che i criteri che includono l'uso di biomarcatori siano stati
adeguatamente messi a punto,
3. non vi è sufficiente
standardizzazione nell’uso di biomarcatori da un laboratorio all’altro
4. l'accesso ai biomarcatori è ancora
limitato (5).In particolare, McKhann et al. ha dichiarato che "Allo stato
attuale, i dati sono insufficienti per raccomandare uno schema di utilizzo tra
le diverse combinazioni di biomarcatori.
Ulteriori studi sono
necessari per studiare i biomarcatori e determinare il loro valore e la
validità nella pratica clinica e nella ricerca clinica". Tutti i
biomarcatori riportati nel documento di EMA [marcatori di amiloide - β (Ap) e
marcatori di degenerazione neuronale come tau fosforilata nel liquido
cerebrospinale, marcatori di imaging della funzione sinaptica, marcatori di
imaging di perdita neuronale e atrofia cerebrale] sono stati inclusi anche
nella valutazione effettuata nell’articolo di McKhann.
Di seguito vengono
riportate le principali conclusioni di una recente revisione sistematica (6)
sull'utilizzo dei biomarcatori nella diagnosi di demenza che ha incluso 142
studi longitudinali condotti su soggetti che avevano all'inizio dello studio un
deterioramento cognitivo obiettivo ma non una demenza:
1. la variabilità della
metodologia usata e la modalità di riportare i dati degli studi creano problemi
sostanziali per l’analisi sistematica delle prestazioni dei test basati su tali
biomarcatori;
2. in questo settore vi è
un bisogno urgente per i ricercatori di concordare e mettere in pratica norme
comuni per lo svolgimento e la presentazione dei risultati degli studi sull’accuratezza
dei test diagnostici. Vorremmo vivamente incoraggiare tutti i ricercatori
coinvolti in questa impegnativa ricerca ad assicurare che i criteri QUADAS
(Valutazione della Qualità dell’accuratezza diagnostica degli studi) vengano
incorporati nei loro progetti di studio, e ad utilizzare i criteri STARD
(Standard per riportare l’accuratezza diagnostica) quando si riportano i
risultati di questi studi;
3. c'è una relativa
scarsità di dati di alta qualità per l'imaging per l’amiloide e per il fluido
cerebrospinale che vieta di trarre conclusioni definitive circa l'utilità di
questi biomarcatori. Fino a quando non saranno affrontate adeguatamente queste
sfide, l'incorporazione di questi biomarcatori nei nuovi criteri diagnostici è
da considerarsi prematuro.
Ulteriori evidenze scientifiche che si sono rese disponibili a partire dal 2011 ad oggi non hanno modificato le dichiarazioni sopra riportate. Siamo d'accordo con la posizione riportata nelle “Linee guida sui prodotti medicinali per il trattamento della malattia di Alzheimer e le altre demenze” (Londra, 24 luglio 2008): "Per essere accettato come endpoint surrogato un biomarcatore dovrebbe soddisfare i seguenti criteri tra cui risposta al trattamento, predire la risposta clinica e di essere irresistibilmente legati al processo fisiopatologico della condizione di demenza. Quindi, la validazione attenta e accurata dei biomarcatori proposti come potenziali endpoint surrogati è un presupposto essenziale per la loro accettazione da parte degli organismi di regolamentazione”.
Noi sosteniamo l'opinione che "Un endpoint surrogato in una sperimentazione clinica è una misura di laboratorio o di un segno fisico utilizzato come sostituto di un endpoint clinicamente significativo che misura direttamente come un paziente si sente, funzioni o sopravvive. E’ logico aspettarsi che cambiamenti indotti da una terapia su un endpoint surrogato si riflettano direttamente in variazioni di endpoint clinicamente significativi" (7). Coley et al hanno adottato uno strumento riproducibile per valutare i biomarcatori come endpoint surrogati attraverso diversi domini del "Quantitative Surrogate Validation Level of Evidence Schema (QSVLES)". Le conclusioni sono riassunte come segue: "Attualmente, nessun endpoint surrogato è stato validato per la malattia di Alzheimer. Tecniche di imaging strutturale sembrano essere un candidato migliore rispetto ai biomarcatori plasmatici o del fluido cerebrospinale, ma questo non è ancora stato validato come endpoint surrogato. Ulteriori studi clinici prospettici sono necessari per il processo di validazione. Mentre i biomarcatori per la malattia di Alzheimer non possono attualmente essere usati come marcatori surrogati ufficiali, essi possono comunque essere misure utili in studi clinici a fianco degli esiti clinici" (8). Noi siamo anche d'accordo con altri autori che affermano: "Ci sono potenziali gravi rischi per la salute pubblica che possono sorgere in caso di approvazione da parte di un ente regolatorio di una nuova terapia basata su un endpoint surrogato non sufficientemente validato" (9). Per le ragioni di cui sopra riteniamo che sia molto discutibile condurre studi clinici per la malattia di Alzheimer con biomarcatori la cui validazione, come fattore diagnostico, prognostico o predittivo, è ancora carente. Dal punto di vista di salute pubblica vi è un elevato rischio di valutare degli interventi terapeutici in soggetti/pazienti con malattia di Alzheimer preclinica o malattia di Alzheimer, mediante inappropriati e scarsamente informativi endpoint surrogati. Riteniamo che l'orientamento attuale sui medicinale per il trattamento della malattia di Alzheimer e altre demenze non dovrebbe essere sostanzialmente modificato. Noi crediamo che i criteri di efficacia di un trattamento sui sintomi della demenza dovrebbero essere valutati nei tre seguenti ambiti: 1) cognitivo, come misurato da test oggettivi (endpoint cognitivi); 2) attività della vita quotidiana (endpoint funzionale); 3) risposta clinica complessiva, come risulta dalla valutazione globale (endpoint globali). Inoltre, in studi clinici su soggetti con deterioramento cognitivo lieve dovrebbe essere raccomandato come endpoint clinicamente significativo solo la conversione a demenza. Infine ci auguriamo che ulteriori attività di ricerca siano attuate nel prossimo futuro sui biomarcatori e sulle fasi asintomatiche di demenza al fine di sviluppare endpoint surrogati validi da applicare nella pratica clinica e per attività delle agenzie regolatorie.
Nicola Vanacore e Giuseppe Traversa, National Center of Epidemiology National Institute of Health, Rome, (Italy).
Roberto Satolli, Partecipasalute project
Zadig scientific publishing
Antonio Addis, Member of Technical Scientific Committee – AIFA Area Governance della Ricerca, Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale, Bologna (Italy)
Ugo Lucca e Mauro Tettamanti, Laboratory of Geriatric Neuropsychiatry IRCCS - Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri", Milano, (Italy)
Alessandro Nobili e Luca Pasina, Laboratory of Quality Assessment of Geriatric Therapies and Services
Paola Mosconi, Laboratory for medical research and consumer involvement IRCCS-Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri; Milano (Italy)
Francesco Nonino e Nicola Magrini, Drug Evaluation Unit - Emilia Romagna Health and Social Care Agency, WHO Collaborating Centre in Evidence-Based Research Synthesis and Guideline Development Bologna (Italy)
Anna Teresa Cantisani e Graziella Filippini, Cochrane Neurological Field, Perugia (Italy)
Chirchiglia Saverio- Direttore Distretto 4
Donzelli Alberto - Direttore SC Educazione all'Appropriatezza ed EBM
Gini Paola - Percorsi integrati di prevenzione e cura in MG
Lacaita Gemma - Direttrice Dipartimento Cure Primarie
Sghedoni Donatella - Responsabile Percorsi integrati di prevenzione e cura in MG ASL Milano, Italy.
Laura Calzà, Director, Health Sciences and Technologies - Interdepartmental Center for Industrial Research (HST-ICIR), University of Bologna, Bologna (Italy)
