fbpx Il lavoro può influenzare la salute? | Scienza in rete

Il lavoro può influenzare la salute?

Read time: 3 mins

Sul mio tavolo di lavoro, da circa un mese, campeggia il tomo “Medicina del lavoro”, per scrivere il quale Pier Alberto Bertazzi ha impegnato e coordinato altri 33 autori, ottenendo un riepilogo la disciplina tanto completo quanto snello; ma cosa ci fa un libro di medicina del lavoro sulla scrivania di un medico di medicina generale? Un primo, ottimo, motivo è che nessuno è affine al medico del lavoro più del medico di famiglia, se è vero, com’è vero, che il lavoro è la parte più consistente dell’individuo e, quindi, della sua salute.
L’altro motivo è che questo libro deve costituire il visibile monito a esercitare la curiosità. Il primo atto che è tenuto a compiere il medico, nel momento dell’incontro con il paziente, è, infatti, interrogare: tuttavia, senza una profonda curiosità professionale (e, insieme, umana), l’anamnesi è destinata a essere un rituale che non porta né conoscenza né contributo alla ricerca delle cause.

Per quale motivo una persona si ammala? Magari la colpa è del destino cinico e baro, ma, a ben cercare, questo destino si manifesta, in modi spesso intricati, sotto forma di geni mal assortiti o di abitudini voluttuarie da cui è diventata dipendente o del lavoro che fa o che altri fanno nella prossimità del suo spazio vitale.
Già alla fine del diciassettesimo secolo, il dottor Bernardino Ramazzini, citato da Bertazzi, insegnava che alle molte domande che il medico deve rivolgere al malato per avere la descrizione, la delimitazione e qualche indizio eziologico del suo malanno, ne va aggiunta una, importantissima: “Che lavoro fa?”
Non va dimenticato, per converso, che anche non lavorare- nota sempre Bertazzi- mina la salute: nell’area di Torino, Geppo Costa e Nereo Segnan hanno stimato più che doppia la mortalità dei disoccupati rispetto a quella degli occupati. D’altronde, se si tiene per buona la definizione data dall’OMS di salute come completo benessere fisico, mentale e sociale, il lavoro appare il più importante viatico al suo raggiungimento. E alla stessa conclusione dell’epidemiologia arriva la letteratura: in La chiave a stella, Primo Levi scrive “L'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.  
Ciononostante, come molte altre forme d’amore, anche il lavoro può essere nocivo, ed è qui che la curiosità del medico deve essere supportata dalla competenza o, almeno, dalla capacità di ravvisare, o ipotizzare, una nocività occupazionale, per cercare la competenza necessaria. Le malattie legate al lavoro spaziano, infatti, da quelle osteoarticolari a quelle respiratorie, da quelle cardiovascolari a quelle da stress psichico; il medico generalista deve, quindi, tenere in mente la possibilità di un’associazione tra malattie non ben inquadrabili oppure di comune osservazione e il lavoro svolto dal paziente; deve raccogliere sempre una particolareggiata anamnesi lavorativa e avere una conoscenza di base degli agenti chimici, fisici, biologici e psicosociali che interferiscono con la salute di volta in volta in veste di irritanti, cancerogeni, tossici o usuranti dei tegumenti, delle articolazioni, del sistema nervoso o degli apparati.

E qui soccorre il libro curato da Bertazzi, che ne fa una rassegna dettagliata e facile da consultare. Non manca neppure il percorso opposto, la disamina, cioè, di come, con quali tempi e con quali cautele il malato cronico vada reinserito nel processo produttivo o professionale. Infine, il libro può essere sfogliato in un’ottica non d’immediata fruizione, ma di appagamento culturale: penso, per esempio, ai capitoli sui meccanismi patogenetici, a quelli sul lavoro d’ufficio e gli ambienti indoor o a quello sui migranti.
Non scarseggiano, allora, le ragioni per le quali questo volume ha trovato una collocazione naturale anche sulla scrivania di un medico di medicina generale.

Simonetta Pagliani


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.