fbpx La rivista Sapere: premiata e in chiusura | Scienza in rete

La rivista Sapere: premiata e in chiusura

Primary tabs

Read time: 2 mins

Come molti sapranno già, purtroppo l'Editore di “Sapere”, Dedalo, ha deciso per un drastico cambio della struttura editoriale di Sapere, che comporta, fra l'altro, il cambio della Direzione e della Redazione.
A nome dell'USPID desidero ringraziare Carlo Bernardini, Francesco Lenci, Marina Bidetti, Giovanna Dall'Ongaro, Letizia Gabaglio, Roberta Pizzolante e tutti gli amici della Redazione di Roma, con cui molti di noi hanno avuto il piacere di collaborare per anni.
Voglio in particolare ringraziare Carlo che, ormai da trent'anni, dirigeva “Sapere”, più recentemente insieme a Francesco (forse non tutti sanno che Sapere è la più antica rivista italiana di divulgazione scientifica e che già una volta ha avuto bisogno di qualcuno che la facesse "resuscitare", e questo Qualcuno è stato Carlo).
“Sapere” non è stata soltanto una bella rivista di divulgazione scientifica. “Sapere” è stato anche uno dei pochissimi "luoghi" in cui si potesse ancora scrivere di responsabilità etica e sociale degli Scienziati, dove i contributi su argomenti controversi, critici erano i benvenuti.
In particolare, per noi dell'USPID, “Sapere” è stata anche un punto di riferimento per tenersi aggiornati e ragionare su questioni di armamenti e di disarmo, in particolare con la rubrica curata da Francesco Calogero prima e da Nicola Cufaro Petroni poi.

Paradossalmente, il 9 Dicembre "Sapere", assieme a “Coelum”, mensile di divulgazione astronomica, ha ricevuto il Premio dell’Associazione Italiana del Libro come rivista di divulgazione scientifica: “fondata a Milano nel 1935, da oltre settant’anni, ininterrottamente, “Sapere” coglie e racconta le tendenze e i risultati più significativi della ricerca italiana e internazionale, dalla fisica alla biologia, dalla ricerca di base a quella applicativa“. Peccato. 

Autori: 
Sezioni: 
Divulgazione scientifica

prossimo articolo

Ricerca pubblica e lavoro precario: il nodo irrisolto del CNR

puzzle incompleto con simboli scientifici

Il precariato nella ricerca pubblica, particolarmente al CNR, mina la competitività scientifica italiana. Ed è un problema che persiste nonostante la mobilitazione di lavoratori e lavoratrici e le misure introdotte dalle leggi di bilancio 2024 e 2025. Il sistema di ricerca italiano, sottofinanziato e strutturalmente fragile, rischia di perdere il suo capitale umano, essenziale per garantire un futuro competitivo in Europa

Negli ultimi mesi il precariato nella ricerca pubblica è tornato al centro del dibattito politico grazie alla mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Una mobilitazione che mette in luce la fragilità strutturale del sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato e incapace di garantire percorsi di stabilizzazione adeguati a chi da anni ne sostiene il funzionamento quotidiano.