fbpx Un certificato non allunga la vita | Scienza in rete

Un certificato non allunga la vita

Read time: 3 mins

E’ accaduto di nuovo un paio di settimane fa: Matteo Roghi, un adolescente di Foiano della Chiana, in provincia di Arezzo, è morto durante una partita di calcio giovanile, riportando alla ribalta il rischio di morte cardiaca improvvisa tra  giovani atleti che si presumeva fossero sani.
Queste rare e tragiche morti evocano sempre una forte risposta emotiva, ricevono molta attenzione da parte dei media e spesso portano a decisioni, quantomeno avventate, da parte dei nostri politici.

E’ l’aprile del 2013 quando Renato Balduzzi, allora ministro per la salute, con un decreto legge dispone che tutti coloro che praticano attività sportiva, anche solo a livello ludico e amatoriale, e non in maniera agonistica, debbano sottoporsi ogni anno a un elettrocardiogramma. La proposta però non viene accolta bene, suscitando  la protesta  delle associazioni di genitori, pediatri ed esperti del settore. Il provvedimento infatti,poneva un ulteriore ostacolo economico e organizzativo alla pratica sportiva dei nostri giovani, portando inoltre con sé un messaggio fuorviante: "Fare sport può essere pericoloso".

ll 20 agosto, quindi, con la pubblicazione della legge di conversione del decreto denominato del “Fare”, l'articolo 42bis dal titolo “ulteriore soppressione di certificazione sanitaria” ha cancellato tutte le novità in materia di certificazione medica. Decisione presa per "salvaguardare la salute dei cittadini promuovendo la pratica sportiva, per non gravare cittadini e servizio sanitario nazionale di ulteriori onerosi accertamenti e certificazioni".
Con i soliti pasticci all’italiana non tutte le certificazioni però sono state abrogate in maniera esplicita. Resta, anche per le attività amatoriali, l’obbligo della visita. Sono poi medici o pediatri di base a stabilire, dopo anamnesi e visita, se i pazienti necessitano di ulteriori accertamenti come l'elettrocardiogramma. Questa ambiguità ha generato grande confusione per cui nel dubbio molti medici richiedono esami preventivi per frequentare palestre e campi da calcio.

Ma l’elettrocardiogramma per un bambino che vuole solo divertirsi in piscina è davvero necessario? Partiamo da alcuni numeri: la morte improvvisa tra giovani atleti è rara.
Negli Stati Uniti, ci sono circa 150 decessi che si verificano ogni anno durante lo svolgimento di attività sportive. Al contrario, ogni anno  circa 14.000 persone di età inferiore ai 21 anni sono vittime di incidenti stradali, 8.000 muoiono per episodi improvvisi non legati all'esercizio fisico, 4.100 sono vittime di omicidio, e 2.200 di suicidio.
Non c’è nessuna prova scientifica che dimostra l’utilità dell’esecuzione di ECG in assenza di fattori di rischio.
Uno studio americano ha dimostrato che il tasso di morte improvvisa tra gli atleti delle scuole superiori per un periodo di 23 anni è di 1 decesso per 100.000 persone all’anno per coloro che non erano stati sottoposti al test, ma il risultato non cambiava con  un’attività di prevenzione che comprendeva l’elettrocardiogramma.

Il progetto USA Choosing Wisely, cui fa riferimento la campagna “Fare di più non significa fare meglio”, promossa da Slow Medicine, Partecipasalute e Altroconsumo,considera l’esecuzione di un ecg in assenza di sintomi come una pratica inappropriata. Nelle persone che non hanno sintomi l’esame può indurre a falsi positivi o a una sovradiagnosi, cioè a individuare anomalie che non avrebbero mai creato problemi, ma possono portare un giovane paziente a essere sottoposto a procedure invasive come l’angiografia coronarica.

Inoltre rendere obbligatorio l’ECG rappresenta un ulteriore aggravio per le famiglie e per  casse del servizio sanitario. Esami e allarmismi inutili poi, non fanno altro che far erigere un muro fra i giovani e lo sport.
E questo non va bene, se consideriamo che classifiche alla mano siamo il popolo più sedentario d’Europa e che 4 italiani su 10 sono in sovrappeso. Molte delle nostre malattie sono scritte nel DNA ma un corretto stile di vita aiutato soprattutto dallo sport può fare la differenza nel prevenire certe patologie e nel prolungare la vita.
Più di un ECG, che spesso non è nemmeno in grado di individuare una minaccia nascosta e imminente.

Autori: 
Sezioni: 
Medicina

prossimo articolo

(Ri)guardare ER nel 2026

screenshot dalla sigla di ER Medici in prima linea

Rimesso a disposizione su Netflix, "ER – Medici in prima linea" resta un caposaldo dei medical drama. Rivederla a oltre trent’anni dal debutto non significa solo ritrovare casi clinici e personaggi, ma misurare quanto siano cambiati la medicina e il lavoro sanitario non meno delle rappresentazioni sociali della malattia. E forse anche accorgersi che, più delle pratiche e della realtà, a evolversi rapidamente sono stati i modi di raccontarle.

Nell'immagine di copertina: screenshot dalla sigla di ER - Medici in prima linea

Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma la serie ER – Medici in prima linea. Per chi l’aveva appassionatamente seguita ai tempi, odi et amo: da una parte ci toccano 15 anni di puntate da rivedere, dall’altra è l’occasione di immergersi in una serie nota, amata e che ha letteralmente fatto la storia di enorme successo dei medical drama. E, in questo modo, anche di farsi due conti su come è cambiata non solo la medicina sensu strictu, ma anche i suoi rapporti con la società e il modo di raccontarla.