fbpx Un nuovo antenato dalla Siberia | Page 9 | Scienza in rete

Un nuovo antenato dalla Siberia

Primary tabs

Read time: 2 mins

La conoscenza dei nostri lontani progenitori è davvero molto frammentaria e in questa ricerca delle nostre radici ogni tanto ci si imbatte in autentici colpi di scena. L'ultimo è legato a un piccolo osso fossile, un frammento della falange di un individuo della specie umana, scoperto un paio di anni fa nella Siberia meridionale.
Trovato nella grotta di Denisova sui monti Altai, già nota per il rinvenimento di manufatti tipici dei Neanderthal, quel piccolo osso venne logicamente attribuito a un individuo di quella specie. L'analisi completa della sequenza del DNA mitocondriale di quel frammento osseo appena pubblicata su Nature, però, ci porta in una direzione completamente differente.
Johannes Krause (Max Plank Institute for Evolutionary Anthropology) e i suoi collaboratori hanno infatti scoperto che quel frammento non appartiene né a un Neanderthal né a una specie più moderna. Il DNA indica l'appartenenza a un tipo di ominide differenziatosi dall'albero genealogico della famiglia umana un milione di anni fa, dunque molto prima della separazione tra Neanderthal e uomo moderno. La presenza in Siberia implica che questo ominide si sia trasferito dall'Africa con una migrazione di cui finora non si conosceva l'esistenza, avvenuta tra quella dell'Homo erectus (un paio di milioni di anni fa) e quella dell'Homo heidelbergensis (circa 500 mila anni fa).
Un ulteriore colpo di scena ci viene dagli studi stratigrafici della grotta: questo misterioso ominide, oltre a condividere i luoghi sia con i Neanderthal che con gli umani moderni, fu probabilmente anche loro contemporaneo.

NatureNews - Nature

Autori: 
Sezioni: 
Antropologia

prossimo articolo

Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Einstein nel 1905 e nel 1949

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.

C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».