L'accurata analisi delle incisioni presenti sulle ossa di numerosi T-Rex ha portato un team di ricercatori a concludere che quei segni furono lasciati dai denti di loro simili, prova incontrovertibile di cannibalismo.
Benchè il Tyrannosaurus rex sia stato uno tra i più grandi carnivori mai apparsi sulla scena terrestre, ciò che conosciamo della sua dieta e delle sue abitudini alimentari è davvero poco Alle prese con una ricerca sui segni di denti presenti sulle ossa dei dinosauri, Nicholas Longrich (Yale University) e i suoi colleghi si sono imbattuti in un osso con incavi particolarmente profondi. Vista l'epoca alla quale risaliva il reperto, l'unico carnivoro in grado di lasciare quei segni non poteva che essere il T-Rex. La cosa più sorprendente, però, era che anche quell'osso apparteneva a un T-Rex.
La scoperta ha spinto i ricercatori a indagare più a fondo, permettendo loro di individuare numerosi altri reperti della stessa natura. Stando a quanto i ricercatori sostengono nello studio pubblicato su PloS ONE, l'elevata percentuale di tali reperti è un chiaro segno che tra i T-Rex il cannibalismo fosse un comportamento piuttosto comune. Secondo Longrich e collaboratori, inoltre, un più attento riesame delle ossa fossili potrebbe rivelare che anche presso altre specie il cannibalismo fosse un comportamento alimentare molto più diffuso di quanto sospettato finora.
T-Rex cannibale
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Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.
C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».