Il cammino evolutivo delle stelle con massa iniziale superiore a 10 masse solari si conclude con quei fantastici show pirotecnici che gli astronomi chiamano supernovae. Prima d'allora, però, le reazioni nucleari che alimentano la stella producono via via elementi sempre più pesanti, in un crescendo che termina con la sintesi del ferro. Prima di esplodere come supernova, dunque, il nucleo di una stella è composto di ferro e nel suo destino vi è il collasso gravitazionale che condurrà a una stella di neutroni o a un buco nero.
Lo studio della supernova 2007bi accesasi un paio d'anni fa, però, indica che in natura potrebbe verificarsi anche un tipo di esplosione finora solo ipotizzato teoricamente. Non solo tale supernova si è mostrata dieci volte più luminosa della norma, ma il suo spettro è apparso talmente anomalo da obbligare i ricercatori a indagare a fondo.
Secondo gli astronomi saremmo in presenza dell'esplosione di una stella di grande massa (almeno 200 volte il nostro Sole) nel cui nucleo centrale, formato da ossigeno e con massa pari a 100 masse solari, si sarebbe attivato un particolare fenomeno chiamato instabilità di coppia. L'elevata pressione avrebbe cioè trasformato i fotoni più energetici in coppie di elettroni-positroni sottraendo in questo modo l'energia necessaria a sostenere il nucleo stellare. Il conseguente inevitabile collasso avrebbe innescato un'esplosione altamente distruttiva in grado di creare una grande quantità di nikel radioattivo, al cui decadimento (attraverso l'interazione con i gas espulsi dall'esplosione stessa) sarebbe da imputare il lungo periodo di visibilità della supernova.
Un aspetto non meno interessante è che la supernova è stata scoperta in una piccola galassia e questo induce a pensare che in questi agglomerati stellari minori possano essere attivi gli stessi meccanismi che hanno portato alla formazione delle prime gigantesche stelle dell'universo.
Fonti: Nature; Berkeley Lab; Weizmann Institute
Supernova superbrillante
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Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.
C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».