fbpx Più ricchi, più cattivi | Page 7 | Scienza in rete

Più ricchi, più cattivi

Primary tabs

Read time: 3 mins

Sembra una di quelle ricerche fasulle che aspirano a vincere l'Ignobel quella pubblicata su PNAS a cura di alcuni psicologi delle università di Berkley e di Toronto: più la classe sociale è elevata meno etico è il comportamento. Uno potrebbe pensare il contrario – spiegano gli autori – visto che meno si ha e più si vorrebbe avere, e quindi più disposti si dovrebbe essere a ricorrere a inganno e sopraffazione. E invece no: forse perché i poveri sono troppo subalterni per trasgredire le regole morali, come già aveva capito Nietzsche. E anche perché più si è ricchi e più aumenta la fiducia in se stessi. Autostima che facilmente vira verso l'indifferenza ai casi altrui e alle condivise regole del buon vivere.

Per verificare questa ipotesi, gli psicologi statunitensi e canadesi hanno condotto sette diversi test su un campione misto di popolazione. Nei primi due hanno osservato per più giorni il comportamento delle auto a un incrocio, osservando quelle che tagliavano la strada ad altre auto (e a pedoni) senza avere la precedenza, per scoprire che la probabiità dell'infrazione aumentava con il modello di vettura, raggiungendo l'apice nei SUV, chiaro indice di status sociale. Nel terzo chiedevano a un gruppo di persone se aderissero o meno a certi comportamenti non etici (tipo copiare in un compito in classe). Anche qui i più agiati si riconoscevano di più in questi comportamenti. Nel quarto studio si offriva ai candidati di mangiare alcune caramelle destinate a bambini. I più ricchi ne hanno mangiate di più fregandosene dei piccini. Il quinto consisteva nel chiedere ai soggetti di fare un colloquio a una persona in cerca di un lavoro stabile consapevoli che si sarebbe trattato in realtà di un impiego a termine; anche in questo caso più si saliva nella scala sociale più aumentava la tendenza a nascondere la verità. Il sesto studio ha accertato una più spiccata tendenza a barare ai dadi fra i ricchi, mentre nel settimo si è osservato una probabilità più alta sempre fra i benestanti a rubare denaro, accettare bustarelle e far pagare più del dovuto ai clienti immaginari dell'esperimento.

E con questo il cerchio si chiude. Alla base della maggiore propensione verso comportamenti scorretti vi sarebbe quindi l'avidità, più comune fra i benestanti. Forse perché – ipotizzano gli autori nella discussione finale – l'educazione di manager e professionisti è più basata sulla centralità di valori economici e presuppone una maggiore concentrazione su di sé e una relativa indifferenza verso le conseguenze delle proprie azioni sugli altri, così come al rispetto di regole condivise. Ai broker di Lehman Brothers fischiano le orecchie?

Certo esistono eccezioni anche fra i ricchi - come i filantropi Bill Gates e Warren Buffet - … le quali confermano le regola aurea: solidarietà e altruismo albergano più facilmente nei tuguri che nei palazzi. O come dice De André, "dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior". E ciò a conferma (scientifica) del passo di Matteo: “E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli” (Mt. 19:23-24), come ricorda anche il simpatico paper di PNAS.

Fonte: http://www.pnas.org/content/early/2012/02/21/1118373109

Autori: 
Sezioni: 
Psicologia

prossimo articolo

Insetti nel piatto: oltre la barriera del disgusto

piatto con insetti

Tra norme sui novel food, pregiudizi culturali e reazioni di disgusto, gli insetti commestibili restano in Europa un cibo “impossibile”, nonostante siano una risorsa alimentare per miliardi di persone e una promessa per la sostenibilità. Un nuovo programma di ricerca italiano mostra però che informare non basta: per cambiare davvero ciò che mettiamo nel piatto bisogna agire sulle emozioni, sulle aspettative e sui modelli sociali che guidano le nostre scelte. Ce lo racconta il team che ha guidato il progetto, i risultati del quale saranno presentati in un incontro pubblico il prossimo venerdì a Milano.

La transizione ecologica passa anche dai cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma queste restano spesso intrappolate tra pregiudizi culturali e tecnicismi legislativi. In Europa, dal punto di vista normativo il confine è netto: ogni alimento privo di una storia di consumo significativo prima del 15 maggio 1997 è considerato novel food e soggetto a rigorose autorizzazioni.