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Passo in avanti contro la PFIC

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La rivista Gastroenterology ha dedicato la copertina del mese di febbraio a uno studio condotto dai ricercatori del Consorzio Mario Negri Sud e dell’Università Aldo Moro di Bari guidati da Antonio Moschetta. In questo studio, finanziato da Telethon, viene descritta la strategia per contrastare una rara malattia genetica, la colestasi intraepatica progressiva familiare (PFIC).

Nei pazienti affetti da questa malattia il flusso biliare dal fegato all’intestino è interrotto: la bile rimane perciò nel fegato e lo intossica, compromettendone le funzioni al punto da rendere necessario il trapianto d’organo. La malattia spesso può degenerare portando all’insorgenza del cancro al fegato. Sono stati identificati tre tipi di PFIC correlati alle mutazioni di alcuni geni del sistema di trasporto epatico coinvolto nella formazione della bile.

In presenza di grassi, si attivano “sensori molecolari” che si legano al DNA, determinando la regolazione di geni specifici. Uno di questi sensori è la proteina Fxr che regola l’attività di geni necessari a orchestrare il flusso fisiologico della bile. “Quando gli acidi biliari arrivano nelle cellule dell’intestino”, spiega Antonio Moschetta, “Fxr si attiva e stimola la produzione di un ormone che, attraverso il sangue, arriva al fegato e gli segnala di diminuire la sintesi degli acidi biliari, di cui non c’è più bisogno e che altrimenti sarebbero tossici”. Nella colestasi, l’interruzione del flusso di bile dal fegato all’intestino fa perdere questo controllo ormonale.

Nel modello animale, i ricercatori hanno dimostrato però, che se viene attivato Fxr nell’intestino si può ridurre fino al 50% la quantità di acidi biliari nel fegato. "I nostri risultati, spiega ancora Moschetta, suggeriscono che ‘accendendo’ Fxr nell’intestino attraverso specifici farmaci si può promuovere l’eliminazione degli acidi biliari nel fegato dei pazienti affetti da colestasi, proteggendoli così dal danno epatico e ritardando, se non evitando del tutto, la necessità di trapianto di fegato”. Il passo successivo sarà quello di trovare dei farmaci specifici per l’attivazione del gene Fxr.

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