fbpx Marte: dune in marcia | Page 5 | Scienza in rete

Marte: dune in marcia

Primary tabs

Read time: 2 mins

Da quando Mars Reconnaissance Orbiter ha iniziato a fotografare Marte con la sua incredibile fotocamera possiamo cogliere dettagli della superficie del Pianeta rosso dell'ordine di un metro. Una precisione che ha permesso di scoprire che le dune marziane, sospinte dal vento, si spostano.

La scoperta, opera del team di Simone Silvestro (IRSPS - Scuola Internazionale di Scienze Planetarie - Università G. d'Annunzio), è stata presentata alla Lunar and Planetary Science Conference tenutasi nei giorni scorsi a Houston e si basa proprio sulle dettagliate immagini della fotocamera HiRISE (High Resolution Imaging Science Experiment). Confrontando le riprese di una distesa di dune scure nella regione Nili Patera - emisfero settentrionale di Marte - catturate il 13 ottobre 2007 e il 30 giugno dello stesso anno, Silvestro e colleghi hanno potuto chiaramente individuare una migrazione di un paio di metri, il maggior movimento mai osservato finora nelle increspature delle dune.

Non tutte le dune di Marte, però, si spostano. Sempre nella Convention di Houston, infatti, Matthew Golombek (Jet Propulsion Laboratory) ha presentato le indagini del suo team riguardanti Meridiani Planum, la regione nell'emisfero sud di Marte teatro delle scorribande del rover Opportunity. Impiegando sia le immagini di HiRISE che quelle del rover, i planetologi sono giunti alla conclusione che da quelle parti le dune sono immobili da almeno 100 mila anni. Anche da quelle parti, però, il vento soffia come al nord, pertanto la causa dell'immobilità delle dune potrebbe dipendere da uno strato di minuscoli ciottoli grandi un paio di millimetri - al JPL li hanno chiamati "mirtilli" - che le ricopre. Una sorta di scudo che, proteggendo lo strato sabbioso sottostante, rende le dune resistenti all'azione del vento.

NASA JPL
IRSPS

Autori: 
Sezioni: 
Astronomia

prossimo articolo

Nipah, in Europa il virus non spaventa. Ma il contesto sì

virus Nipah al microscopio

Durante la pandemia di Covid-19 il film Contagion sembrò anticipare la realtà: zoonosi, risposta sanitaria globale, disinformazione. Oggi un focolaio di Nipah virus in India riporta l’attenzione su questi scenari. Il rischio per l’Europa resta basso, ma il contesto è cambiato: la cooperazione internazionale è più fragile, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità. La domanda non è se scattare l’allarme, ma come rafforzare una risposta globale efficace.

In copertina: fotografia al microscopio ottico del Nipah virus. Crediti NIAID/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 2.0

Durante la pandemia da Covid-19, il film Contagion del 2011 ebbe un picco di popolarità, perché in effetti la risposta della comunità internazionale (tra cui i CDC statunitensi erano in prima fila) alla minaccia di una pandemia aveva parecchie somiglianze con quello che stava succedendo nel mondo al di fuori dello schermo. Nel film, il virus che causava appunto il contagio era sconosciuto, proveniva dal mondo animale, più precisamente dai pipistrelli che, disturbati dalle attività umane nel loro habitat naturale, andavano a infettare dei maiali.